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Venerdì, 27 Luglio 2018 14:52

APRILE 1969

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È il 1961 e L’architetto Reima Pietilä sta percorrendo a piedi il terreno su cui dovrà sorgere un nuovo edificio per gli studenti della facoltà di Ingegneria dell'università di Helsinki.
Siamo a Otaniemi e il sopralluogo sarà funzionale per redigere il progetto del concorso cui parteciperà, come sempre, con la moglie Raili.
Il sito dell'area è limitrofo al campus costruito alcuni anni prima da Alvar Aalto. L'edificio in mattoni rossi e marmo con la grande cavea, è l'attore protagonista con cui il costruendo edificio dovrà confrontarsi nel tempo.
Siamo in Finlandia e il luogo dove sorgerà il centro studentesco è un bosco di betulle solido in alcuni punti e paludoso in altri; le felci coprono le rocce attenuando e dissimulandone l’asprezza.
Pietilä osserva con rispetto questo posto ben conscio di vivere in un paese in cui la natura è inesorabilmente considerata cultura e staccarsi da essa è impossibile.
In questo fantastico scenario i coniugi Pietilä, dopo aver vinto il concorso, riuscirono nell’intento di costruire un'architettura senza precedenti, capace di infastidire e di attrarre allo stesso tempo.
Un magnifico gioiello incastonato tra le rocce, integrato nel bosco e mirabilmente calibrato.
A rivederlo oggi, dopo cinquant’anni, possiamo affermare che l'edificio trova magiche consonanze sia con il passato sia con il futuro facendo dialogare Erich Mendelsohn e Frank O.Gehry agli estremi del ventesimo secolo con una sbalorditiva attualità. 
Reima disse: ”Abbiamo costruito un edificio che volge le spalle al ventesimo secolo e guarda avanti verso il decimo”.
Nella sua mente ha un grado zero dell’architettura in cui il linguaggio non possiede più le chiavi della narrazione della forma architettonica, senza temere regressi, compromessi o confronti.
Tra i pochi a individuare la loro emergente forza e la loro scandalosa novità ci sarà sempre l’architetto Bruno Zevi che si ricordò di loro, nel settembre del 1997,  quando aprendo il congresso di Modena sulla paesaggistica e il grado zero dell’architettura, riconobbe l’importanza del lavoro della coppia Finlandese per i temi del suo congresso.
Architetto Arcangelo DI CESARE 
Venerdì, 27 Luglio 2018 14:50

FLP-59

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Venerdì, 27 Luglio 2018 14:47

RACCOLTO

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Martedì, 05 Giugno 2018 15:57

MARZO 1968

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Nel fascicolo di marzo 1968 un reportage dall’America, opera dell’Architetto Luciano Rubino, si occupa della Frederick C.Robie House, realizzata nel 1908 sulla South Side di Chigaco, dal quarantenne Architetto Frank Lloyd Wright.
Questa casa nelle intenzioni del progettista doveva divenire il manifesto dell’ideale ricovero umano nel libero spazio della prateria. 
La libertà espressiva, fondata sulla progressiva smaterializzazione della scatola muraria a favore di una maggiore integrazione tra interno ed esterno, e l’accentuazione delle linee orizzontali, basate sui tetti aggettanti, le finestre a nastro e le fasce marcapiano, determinarono quella rivoluzione che modificò per sempre la casa tradizionale americana.
La sua costruzione influenzò notevolmente anche gli architetti europei divenendo in poco tempo una pietra miliare dell’architettura residenziale.
Grandi spazi continui, articolati mediante artifici architettonici, quali camini e scale, e mai divisi da porte e tramezzi; muri perimetrali, concepiti come schermature, che partendo da uno zoccolo rialzato rispetto alla quota del terreno, permettevano una veduta migliore; 
l’intonaco delle gronde colorato di chiaro per riflettere la luce nei locali che altrimenti sarebbero rimasti al buio; i vani finestra protetti dal vento e dal sole grazie agli ampi sporti di gronda sono alcune delle peculiarità della casa.
Rileggere a distanza di più di 100 anni questo edificio è un esercizio potente e stupefacente: sembra impossibile che nel medesimo edificio possano coesistere tanti elementi, tanto vigorosi e tanto sapientemente assortiti, capaci di condensare quella fluidità spaziale. Fluidità che costringerà ognuno di questi elementi a deformarsi per esaltare, sempre e comunque, la linea orizzontale.
La “Robie house” segnerà un punto fermo dell’architettura wrightiana, sintetizzando e integrando tutte le componenti studiate in precedenza.  Siamo nel 1908 e dopo di essa ci saranno gli scattanti passi in avanti che ben conosciamo…..
Architetto Arcangelo DI CESARE 
Lunedì, 09 Aprile 2018 18:38

CASA TERMINILLO

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PROGETTO: CASA LUCA, ANNARITA E RACHELE
ID: ABT TRM 09O17 XXL76
TIPOLOGIA: PRIVATA
COMMITTENTE: LUCA
LUOGO: TERMINILLO – RIETI
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 50 MQ
PROGETTAZIONE: 2015
ESECUZIONE: 2016
WEB CATEGORIES: XXL INTERIORS
TESTO: Una piccola casa di montagna pensata per sfruttare ogni minimo spazio. Grande esercizio professionale legato al tema dell’existenzminimum. Una cura del dettaglio e dei materiali:  dal parquet usato anche come rivestimento parietale al rivestimento di pietra, dai mobili pensati per soddisfare le esigenze estetiche e funzionali ai soffitti dimensionati a seconda dello spazio da circoscrivere. 
Mercoledì, 28 Marzo 2018 09:30

FEBBRAIO 1968

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Nel 1967 si assegnarono i premi In/Arch Finsider per idee architettoniche riguardanti la progettazione di strutture abitative in acciaio: a vincerlo fu il gruppo dell'architetto Giuseppe Perugini.
Questo geniale architetto, capace di grandi ricerche e di altrettante fantastiche realizzazioni, concepì un semplice “telaio spaziale” costituito da due elementi orizzontali e da due elementi verticali opportunamente collegati tra di loro; lo spessore di questo telaio era di 60 cm mentre l’altezza variava tra i 240 cm, i 300 cm e i 480 cm.
Questo elemento completo di impianti, infissi e rifiniture, una volta assemblato, forniva una soluzione pronta per essere abitata.
Modulando questi elementi e disponendoli nelle diverse posizioni si poteva ottenere una vasta gamma di combinazioni sia sul piano verticale sia orizzontale.
La grande innovazione di questa ricerca fu di non permettere la semplice produzione di case prefabbricate (cosa che negli anni sessanta era esercizio molto inflazionato) ma quella di consentire la produzione di singoli elementi da combinare. L’intento era di creare quell’industrializzazione aperta, legata più alle esigenze degli utenti finali che a soluzioni predefinite calate dall’alto.
Le infinite soluzioni che si potevano generare e la totale versatilità della ricerca colpì la giuria del concorso, che riconobbe in quel progetto un’originalità capace di superare il monolitismo dogmatico di esperienze coeve. Particolarmente apprezzata, fu anche la scelta di intendere la cellula abitativa come una matrice di organismi in continua crescita.
Questo progetto non ebbe lo sviluppo che meritava ma Perugini continuò caparbiamente la sua ricerca.
Attraverso l'affascinante progetto della casa di Fregene, concepito con il figlio Raynaldo e la moglie Uga de Plaisant, continuò la ricerca e lo studio di questi spazi non-finiti, capaci di una crescita infinita in tutte le direzioni e sospesi tra la terra e il cielo.
Architetto Arcangelo DI CESARE
Martedì, 27 Marzo 2018 18:52

FLP-58

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CODE: FLP 58

Giovedì, 22 Marzo 2018 09:40

GENNAIO 1968

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La rivista torna ad occuparsi dell’architetto John Mac Lane Johansen attraverso la presentazione di una sua nuova opera: la biblioteca pubblica di Orlando in Florida.
Questo mi permette di tornare con piacere su quest’architetto, non troppo valorizzato dalla storia ma capace di realizzare, nell’arco della sua vita, numerosi capolavori.
La sua architettura si basò su quei principi, che Johansen chiamava “i tre imperativi”: quello tecnologico, quello organico e quello psico-sociologico.
Il primo presupposto era il fondamento del costruire; in ogni epoca, in ogni periodo della storia e in ogni momento la tecnologia è stata esibita dai potenti della terra con orgoglio divenendo “l’eredità del genere umano.
Il secondo presupposto è l’imperativo organico; noi facciamo parte della natura e quindi ciò, che produciamo in quanto estensione di noi stessi, ne fa parte. In “natura ogni cosa è interconnessa con le altre e ogni cosa ha una destinazione perché la natura è saggia e non ha nulla di gratutio”.
Il terzo presupposto è l’imperativo psico-sociologico che riguarda la collettività; ogni essere umano vive come l’uomo antico, usando leggende e modi tramandati nel tempo, usando però simboli e immagini moderne; “recitiamo in nuovi teatri i nostri antichi riti”.
L’interconnessione di questi tre imperativi furono la base su cui declinò tutta la sua produzione architettonica, che partendo dallo “spayform” e passando per la Labyrinth house e il Mummers Theater terminò con le ricerche sulle nano architetture.
Citando le parole di Marshal Berman, Johansen dimostrò il suo credo: “Essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che promette avventura, potere, gioia, crescita e mutamento. La modernità unisce gli uomini e li immerge nel vortice del perpetuo disgregarsi e rinnovarsi. Essere moderno significa riconoscere l’entropia, rifiutare come ideale la stabilità che è una forma di morte lenta, e accettare il mutamento come fonte di gioia pura”.
Architetto Arcangelo DI CESARE
Martedì, 20 Marzo 2018 08:39

CASA ANDREA E BARBARA

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PROGETTO: CASA ANDREA E BARBARA
ID: ABT RMA 12D17 XXL76
TIPOLOGIA: ABITAZIONE
COMMITTENTE: ANDREA , BARBARA E MATTEO
LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 82 MQ
PROGETTAZIONE: 2017
ESECUZIONE: 2017
WEB CATEGORIES: XXL INTERIOR
TESTO: una casa per una coppia di amici con un figlio in zona San Pietro. Una zona giorno, aperta sull’ingresso, ci accoglie all’interno della casa; le differenti quote del controsoffitto comprimono e dilatano i volumi così come i tagli di luce enfatizzano la leggerezza. 

Martedì, 27 Febbraio 2018 10:47

DICEMBRE 1967

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L’attualità ci costringe sempre a far i conti con il passato, che, dimenticato, torna ciclicamente davanti a noi supplicandoci di non rifare gli stessi errori.
Oggi in tutta europa si torna a respirare quel forte vento nazionalista, che con gesti estremi e intolleranti, cerca appigli e nuovi slanci nell’insoddisfazione generale.
In Italia, piu’ miseramente, si usano impropriamente immagini di Anna Frank con magliette di squadre di calcio, dimostrando di non conoscere il dramma di quanto accaduto una settantina di anni fa.
La rivista, nel fascicolo di novembre 1967, con imbarazzante coincidenza, pubblica il monumento ad Auschwitz-Birkenau opera di Giorgio Simoncini, Julian Palka, Tommaso Valle, Maurizio Vitale e lo scultore Pietro Cascella.
Lavorare in quel luogo deve essere stato complicatissimo; qualsiasi parola, qualsiasi forma o qualsiasi interpretazione dovevano sembrare impotenti e inadeguate di fronte alla realtà che fu.
Qualsiasi architettura che si faceva “guardare” ad Auschwitz costituiva un’insopportabile interferenza, quasi immorale; il terreno non andava “coperto”, ma doveva resistere ruvido e intriso di storia; la testata del binario, i tralicci e i cancelli dovevano restare lì, immobili nel ricordarci l’immane tragedia.
Gli autori scelsero una piattaforma rialzata che, innalzando i punti di vista, permetteva di osservare l’area senza distrazioni facilitando la concentrazione tra i laceranti ricordi.
Ogni volta che la piattaforma, intercettava elementi legati ai segni della tragedia, si spaccava, si lacerava e cedeva a quella impossibilità morale di aggiungere una costruzione nuova a questo luogo. Questo invito al silenzio, articolato intorno al vuoto della piattaforma e al pieno centrale della scultura, ha generato un “monumento-non monumento”, capace di dilatare il ricordo di Auschwitz oltre lo scorrere del tempo…….forse tornare ogni tanto in questo posto servirebbe a risvegliarci la memoria e a garantirci che questi crimini non andrebbero più vissuti…… 
Architetto Arcangelo DI CESARE

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