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2008

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Domenica, 20 Gennaio 2008 00:00

BAGNO

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Pubblicato in XXL SKETCHES
Giovedì, 10 Gennaio 2008 00:00

PRESS/Tletter n.01-02-03/2008

CRONACHE E STORIA-GENNAIO 1958

Cinquant’anni sono un periodo lungo.

A volte rappresentano la vita di una persona, a volte la metà.

Sono un periodo in cui i ricordi si sfocano e si focalizzano in un movimento simile a quello dello zoom delle nostre macchine fotografiche digitali.

Cinquant’anni fa si scriveva a Bruno Zevi per parlare di quelli che per noi rappresenteranno due capolavori assoluti dell’architettura contemporanea, e che al tempo erano ancora in fase embrionale.

Nelle lettere al direttore,infatti, un architetto del politecnico di Milano argomentava sul progetto di Jorn Utzon per l’Opera-house di Sydney decretando la mancanza di coerenza tra la parte bassa e la copertura svolazzante e profetizzando che “le uova della copertura fanno prevedere una bella frittata!”

Un secondo architetto di Philadelphia si soffermava a narrare le vicende della costruzione del Seagram Buding a Park Avenue di Mies van der Rohe e dell’assemblaggio delle parti prefabbricate lamentandosi di come il Maestro con il passare del tempo abbia perso la sua propensione al poetico a favore della prefabbricazione.

(il padiglione di Barcellona del 1929 era ancora pronto a testimoniare la poesia del Maestro che al tempo non prefabbricava nulla).

Le pubblicità dell’epoca svariavano dalle lastre di masonite smaltate ad alta temperatura a quelle che sponsorizzavano le finestre e le porte in alluminio,dai nuovi isolanti termoacustici capaci di isolare 50 cm di muratura alla sedia Luisa dell’Arch. Franco Albini.

Si diffondevano informazioni sulle riviste di architettura francese e inglese quali “aujourd’hui”, ”l’architecture Francaise”, ”the architectural review” e “architectural design”,dimostrando una linea editoriale trasversale che in nome della diffusione dell’architettura non demonizzava i concorrenti.

Nel suo editoriale Bruno Zevi si soffermava su Danilo Dolci e la sua pianificazione dal basso, sulla possibilità di risolvere i problemi della disoccupazione con iniziative locali meno costose e più efficaci di quelle imposte dall’alto.

Lo slogan di Danilo Dolci “a due carabinieri sostituite un perito agrario” lungi dall’essere un grido anarchico, si inquadra nel suo progetto in cui le popolazioni siano “soggetto” e non più “oggetto”; dati alla mano dimostrò come è possibile conseguire con spese assai inferiori obiettivi migliori che sfuggono ai piani imposti dall’alto.

La lezione di Danilo Dolci dovrebbe essere spiegata alle nuove generazioni,quelle che stanno crescendo con la classe politica attuale………

A Roma nel gennaio dell’anno 1958 è ultimato il palazzetto dello sport di Viale Tiziano che tra due anni e mezzo ospiterà le olimpiadi del 1960, e, mentre oggi si lodano le autorità di Pechino perché,con circa cinque mesi di anticipo, sono quasi pronte per l’evento che ospiteranno ad agosto 2008, a noi ci viene da pensare che un tempo costruivano opere più ardite rispettando con largo anticipo i tempi di consegna.

Come il MAXXI oggi.

Nella presentazione dell’opera di Pierluigi Nervi e di Annibale Vitellozzi troviamo il parallelismo tra il palazzetto e il Pantheon, e si rievocano le stesse emozioni provate entrando per la prima volta nelle due costruzioni.

La bellezza del Pantheon che involucra uno spazio sferico dove la luce concentrata nell’occhio posto nella sua sommità, crea un’immagine non dilatata, immobile e maestosamente unitaria è  contrapposta a quella del palazzetto in cui lo spazio sferico è dilatato e incassato per due terzi nel terreno e irradiato da una luce perimetrale che, tangenzialmente alla cupola ribassata,irradia l’interno e lo solleva.

Nella rivista viene presentata una villa dell’architetto Carlo Cocchia sulla costiera amalfitana, a strapiombo sul mare in uno di quei posti dove ogni tanto furbi costruttori in odore di condono edilizio innalzano case e terrazze che crollano quando il carico accidentale arriva ai 50 kg.

Questa casa, invece,si inserisce nel contesto con una discrezione e una grazia delicata cercando un collegamento con le forme della natura circostante piuttosto che con forme dell’edilizia tradizionale.

Piani inclinati e forme irregolari e articolate seguono i terrazzamenti coltivati a viti e limoni,dimostrando una sensibilità dell’architetto che sente forte la responsabilità del posto in cui gli è stato chiesto di intervenire.

La sintesi della compenetrazione profonda tra costruito e natura determina un risultato incredibilmente lontano da elefantiasi edilizie e bizzarrie architettoniche che attanaglieranno negli anni a venire questo splendido lembo di terra.

Scorrendo ancora la rivista ci si sofferma sulla produzione dell’ architetto-designer Arne Jacobsen contrapposta a quella del designer-architetto Marcello Nizzoli: il “tono”umano delle loro creazioni nel campo del design è continuo e qualifica anche la loro produzione architettonica.

La pazienza e l’esattezza del designer industriale determina una particolare attenzione quando si interviene ad una scala più ampia garantendo un risultato tutt’altro che meccanico o macchinistico.

Nell’eredità dell’800 si analizza l’opera di Victor Horta nell’anno in cui Henry Van de Velde muore a 93 anni: l’opera dei due si intreccia e si compenetra per delineare la corrente dell’Art Nouveau di cui furono,rispettivamente, il poeta e il promotore.

Victor Horta creò il linguaggio dell’ dell’Art Nouveau ma fu per merito di Henry Van de Velde che il movimento di rinnovamento morale,tecnico e figurativo implicito in quel linguaggio assunse una portata europea e mondiale.

Terminiamo la lettura attraverso la rubrica “uno scultore giudica l’architettura“.

L’artista Augusto Perez ,interrogato sulle architetture decorate e sulle decorazioni architettoniche, dichiara che se la scultura non ha apprezzabile valore autonomo diviene fattore decorativo dell’architettura ma se è vera opera d’arte il circolo si chiude decretando l’unita’ del binomio bella scultura-bella architettura.

Il numero della rivista termina con le notizie sui concorsi banditi; ne troviamo uno,con scadenza 28 febbraio 1958, sul piano regolatore di Piazza Armerina, primo premio 1.000.000 di lire……………la nostra rivista costava 800 lire………pardon 0,41 euro.

Al prossimo mese.

CRONACHE E STORIA-FEBBRAIO 1958

Corsi e ri-corsi tracciano solchi immodificabili nella sedimentazione degli eventi nella storia.

Tutto torna, tutto quadra e tutto si allinea nel giudizio come nell’essere giudicato, nell’azione come nella re-azione, nel progetto come nella realizzazione.

Cinquant’anni fa si discuteva dell’Università Bocconi dell’Architetto Giuseppe Pagano e delle sue manomissioni; con il classico masochismo italico si era modificata la percezione di alcuni spazi, sopraelevati dei volumi e alterata la distribuzione della biblioteca.

Questo atteggiamento, terminava il lettore, avrebbe ucciso l’Architetto Pagano un’altra volta:

quello che non poterono i nazisti, poterono i burocrati: i primi stroncarono la persona, i secondi la personalità.

Oggi l’Università Bocconi si dota di una nuova sede, ad opera dello studio Grafton architects, e questo ci fa venire in mente alcune considerazioni:

la prima, per dirla con le parole di Stefano Casciani, è che Milano si dota di una vera architettura contemporanea capace “attraverso la sua composizione fortissima di “scolpire”lo spazio urbano regalando alla città un ultimo monumento”,

la seconda è che due brave professioniste (non due archi-star) sono riuscite ad inaugurare una buona opera d’architettura in terra italica in circa 7 anni dall’aggiudicazione del concorso internazionale (quasi come il MAXXI…..).

Tutto perfetto, verrebbe da dire………………………e invece “dallo scranno televisivo forte s’alza l’invettiva del laureando in Architettura Celentano Adriano che, scagliandosi contro l’obbrobrio perpetrato ai danni della sua Milano, celebra la morte dell’amata disciplina”.

Questa è l’Italia.

L’Italia che, quando si deturpano citta’ ed edifici contemporanei, raccoglie consensi solo attraverso le battaglie degli architetti e che quando c’è da difendere buone opere d’architettura lascia parlare (a milioni di persone attraverso la tv) i cantanti……..

Il diritto d’autore (e la riconoscenza, quando dovuta) dovrebbe valere sempre e non solo per “yuppi-du”.

Lo stesso vale per l’ospedale di Via San Nemesio(presso la Cristoforo Colombo a Roma) frutto della vittoria dell’Architetto Giuseppe Samonà al concorso indetto alcuni anni prima.

L’opera costruita dall’I.N.A.I.L., per mezzo di un suo “ufficio Tecnico”, ha subito manomissioni inspiegabili determinando una parodia dell’architettura progettata.

Perche’?

L’omologazione verso il basso, disciplina che se diventa sport olimpico ci garantirà vittorie per il prossimo secolo, ci porta a considerare la possibilità di preservare qualsiasi germoglio che attecchisce sul suolo italico nella speranza di vederlo, un giorno, sbocciare.

La rivista presenta l’albergo per la comunità di San Pedro in California dell’architetto Richard J. Neutra; per l‘epoca si tratta di una struttura nuova perché non è propriamente un motel, anche se serve chi attraversa Los Angeles, non è un albergo con le sue formalità organizzative anche se serve ad ospitare e non è un club per ricevimenti e danze anche se rappresenta il nuovo fulcro della comunità locale.

Ed è proprio in questa direzione che la ricerca di Neutra si spinge determinando una terza via, oltre a quella di Le Corbusier che stanco del “suo Stile”cerca convulsamente nuove vie e quella di Mies che ha concluso le sue tematiche a favore di un rigorismo accademico: è la via del “programma edilizio”.

A 65 anni il curriculum di Neutra è di una coerenza impressionante e davanti al bivio tra il “come invecchiare” e la volontà di “ri-diventare giovane”, sceglie la via della ideazione dei programmi edilizi.

Qualsiasi opportunità edilizia sarà considerata non fine a se stessa, ma servirà a proporre nuovi temi psicologici e sociali che caratterizzeranno l’organismo edilizio: il non cedere alle lusinghe meramente formali per cercare di individuare caratteri e contenuti nelle strutture progettate sarà una delle ultime lezioni dell’Architetto.

Con una naturale continuità sono presentate al lettore tre opere dell’Architetto Alvar Aalto in Finlandia: l’Auditorium di Jyväskylä, l’Edificio per le pensioni e la “Casa della cultura” a Helsinki.

Le tre opere illustrano il raggio creativo del genio di Aalto e, anche se non saranno ricordate come i capolavori del maestro, dimostrano una straordinaria capacità di riproporre in ogni istante il problema del “contenuto Umano” dell’architettura per esprimerlo in forme affrancate dalle abitudini linguistiche dell’epoca.

L’attualità di alcune soluzioni proposte, l’attenzione al tema della penetrazione della luce naturale, l’alto contenuto spaziale determinato da una progettazione in sezione e non solo in pianta e il raffinato gusto per il design di alcuni dettagli rappresentano fonte viva da cui noi architetti possiamo ancora abbeverarci……………………………..

……senza correre il rischio di avvelenamento.

In un certo senso l’Architetto Aalto rappresenterà il contrario dell’archi-star odierna; lui, attraverso i suoi atteggiamenti, è riuscito ad evitare l’invenzione del “personaggio Aalto” rifuggendo la possibilità di conformarsi al prototipo di se stesso.

La lezione più grande è quella di riuscire a dimostrare la sua coerenza, il suo metodo e il suo “stile” attraverso il senso quotidiano di avventura,di scoperta e di invenzione e non solo attraverso il piano meramente figurativo.

La rivista termina con un reportage fotografico della visita, di ritorno da Bagdad (come era lontana l’idea che un giorno la guerra avrebbe sfigurato questa parte di mondo) di Walter Gropius alla redazione: si notano figure che oggi rappresentano la storia dell’architettura italiana e che allora forse non lo sapevano.

Su tutti un giovanissimo Architetto, che all’epoca aveva intorno a trent’anni, e che sarebbe divenuto uno dei più grandi architetti italiani del dopoguerra, talmente grande da non meritarsi di essere citato nella “garzantina” dell’architettura o nella attuale (in questo periodo in edicola )enciclopedia dell’architettura del Sole 24 ORE.

Miracoli dell’editoria…………

La scarsa memoria non cancella la grandezza dell’uomo della foto: l’architetto Luigi Pellegrin……

L’abbonamento annuo alla rivista (per 12 numeri) costava lire 8.000 in spedizione semplice e lire 10.000 in spedizione raccomandata ovvero rispettivamente 4,13 euro e 5,16 euro.

Visto come funzionano le poste è consigliabile il primo abbonamento…….. 

CRONACHE E STORIA-MARZO 1958

 Ma che cosa farà la maggioranza degli architetti? Subirà la prepotenza dei furbi o sosterrà l’azione degli intellettuali?

Con questo interrogativo chiude il suo editoriale del mese Bruno Zevi, prospettando all’Italia il bivio tra l’accettare, di tornare a vivere nella paura dei potenti, in uno Stato mediocre e paternalistico e la speranza di tornare ad avere fiducia delle iniziative della cultura.

Partendo dalla lettura del “Diario in pubblico” di Elio Vittorini, del 1929, Bruno Zevi, con il suo impareggiabile acume, traccia dei parallelismi con i mondo dell’architettura.

Descrivendo gli intellettuali, Vittorini, li connota come il principale sostegno della tirannide e contemporaneamente il loro principale nemico.

E per gli architetti?

Per la natura della professione,così dipendente dallo stato, gli architetti diventano abbastanza facilmente i “consiglieri dei tiranni” ma quanti di loro saranno disposti a diventare critici non prestandosi a seguire il gioco degli uomini politici?

Oggi come allora difficilmente troveremo professionisti capaci di sacrificare, in nome del bene comune, il loro “piccolo regno”. Unica consolazione è la consapevolezza che la storia non torna indietro e che il tradimento può essere a tutti celato meno che alla propria Coscienza.

Tra gli editoriali in breve ne troviamo uno di straordinaria attualità riguardante la speculazione fondiaria a Roma.

Mentre a Roma nel 1958 si cercava di attuare il P.R.G. che prevedeva l’espansione della capitale verso est, le società immobiliari si accaparravano le aree a nord e ad ovest svalutate dalle previsioni di piano.

In questo andazzo di disordine e sottogoverno il P.R.G. serve agli affaristi in modo egregio: durante la redazione del piano essi comprano a poco prezzo le aree di cui il piano non prevede l’urbanizzazione; redatto il piano, le rendono urbanizzate mediante le varianti e intascano miliardi…………

Purtroppo questa non è la cronaca di ciò che accade nella nostra città oggi, ma ciò che accadeva nel marzo 1958.

Fermare il tempo a Roma è così facile che per lei (e solo per lei) non vale l’assioma sopracitato:

la storia non torna mai indietro.

All’interno della rivista trovano spazio alcune opere dell’architetto Ignazio Gardella, l’autore, tra l’altro del famoso dispensario di Alessandria nel 1935, due opere senza sfolgoranti invenzioni, senza sorprendenti impianti spaziali o volumetrici ma lente, chiare, serene e anti-pubblicitarie.

Gardella sarà il primo architetto italiano a conciliare la sentenza senza appello del razionalismo e l’ottimismo dell’organico, e lo farà con rigore e senza chiusure intellettualistiche, con poesia componendo i fattori antitetici del mondo contemporaneo e con elasticità ma senza facili sentimentalismi.

Vengono presentati, in continuità con la linea editoriale della rivista, una coppia di architetti finlandesi: Kaija e Heikki Siren.

La poetica dei due giovani architetti si rifà a quella del loro maestro Alvar Aalto con l’aggiunta di una componente mediterranea e/o latina che ce li rende molti vicini.

Tra le opere presentate, la cappella progettata all’interno dell’università di Otaniemi di Aino e Avar Aalto è senza dubbio il loro capolavoro.

Due muri in mattoni disposti parallelamente tra loro, contengono un tetto con struttura lignea a doppia falda asimmetrica; due vetrate, sia sul fronte dell’ingresso che su quello dell’altare “allagano di luce”l’interno. Dietro la vetrata, posta alle spalle dell’altare, sul fondo di un bosco di betulle è posta la croce di ferro bianco.

Essa fuori dal blocco edilizio, a cavallo tra la natura e l’architettura evoca sublimazioni poetiche.

Nella rivista troviamo l’annuncio su “Architectural Forum” dell’abbandono da parte di Frederick J. Kiesler della “venerabile” tradizione della Bauhaus e del movimento De Stijl.

La rinuncia è vista come un tentativo di sopravvivenza con un’operazione di pura intransigenza.

Comincerà, con questo gesto, il suo nuovo ciclo di vita architettonica, quella segnata dalle cavità plastiche liberamente modulate e dal divieto di utilizzare soffitti piani e pareti dritte.

La rinuncia all’epoca sarà vista come un suicidio, ma col tempo ci si ricrederà.

Finiamo il nostro viaggio con il ricordo della rivista del concorso del 1932 per la ricostruzione del ponte dell’Accademia a Venezia, dopo la demolizione del vecchio ponte in ferro costruito dagli austriaci e la costruzione di quello provvisorio in legno.

Il concorso si concluse con l’assegnazione dl primo premio a Duilio Torres e Ottorino Bizazza ma con risultati a dir poco mediocri.

A tutt’oggi, e dopo un secondo concorso-evento indetto dalla biennale di Venezia, il ponte è ancora quello provvisorio in legno…….

Oggi il quarto ponte sul Canal Grande dell’architetto Santiago Calatrava stenta a prendere forma tra ritardi pazzeschi, costi decuplicati e problemi di tenuta delle paratie…………….

………………………..In Italia il provvisorio diventa consuetudine e il progettato una meta irrangiugibile!

Nel 1958 se vincevi il concorso per il nuovo padiglione per l’Italia alla biennale di arte di Venezia

vincevi 2.000.000 di lire ……………pardon 1.032,91 euro.

 

 

Pubblicato in XXL CHRONICLES

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