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2010

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Lunedì, 01 Novembre 2010 00:00

TORRIONI

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Pubblicato in XXL SKETCHES
Sabato, 30 Ottobre 2010 00:00

PRESS/Tletter n.26-27/2010

CRONACHE E STORIA- SETTEMBRE 1960

Il numero di settembre è incentrato sulla presentazione delle prime opere costruite in Italia dall’Architetto Luigi Pellegrin che dopo la laurea a Roma e le prime esperienze lavorative in America, tornò a casa per cominciare quella che sarebbe diventata una carriera fantastica.

I saggi-report, pubblicati dalla rivista “l’architettura-cronaca e storia”, sullo stato dell’architettura americana gli avevano permesso di conoscere e studiare la figura di alcuni architetti che lo avrebbero per sempre segnato: tra gli altri Louis Henry Sullivan e Frank Lloyd Wright. 

Le opere presentate nel fascicolo, gli uffici postali di Saronno e Suzzara e la palazzina a Roma in via Mengotti, rappresenteranno il primo seme piantato “nell’orto” dello stanco panorama architettonico; alla sfavillante crescita dei frutti, avvenuta negli anni fino alla sua morte avvenuta il 15 settembre 2001, non ha fatto seguito una raccolta adeguata da parte della cultura italiana.

Anzi, si è preferito mandare al macero la debordante quantità di imput che l’architetto ha fornito, gratis, al mondo architettonico.

Torniamo agli inizi.

La scelta espressiva dell’architetto, radicalmente impegnato nella direzione organica, produsse opere sorprendenti, vere “eccezioni linguistiche” nel nostro panorama; in un periodo in cui trionfava la modernità epidermica, pontificava l’accademismo della mediocrità e il passato pretendeva una resurrezione, l’opera di Pellegrin era magnificamente seria e originale, frutto non solo di formalismo wrightiano, ma ricerca di spazio, di luce e di qualità.

L’altra caratteristica costante nella vita progettuale dell’architetto fu di non essere mai soddisfatto del proprio lavoro, preferendo una linea di sviluppo continuo della sua ricerca.

Nell’ufficio postale di Suzzara (Mantova), magnifico scrigno irradiato da finestre a giro, che si rovesciano dal soffitto alla parete, l’architetto mostrerà la sua insoddisfazione sull’idea di luce fin troppo conformista: dirà “Sono ancora finestre non è luce…..”.

Nonostante la sua auto-critica, la qualificazione della luce unita alla trasposizione degli spazi interni verso l’esterno, fanno di quest’opera un piccolo capolavoro del tempo, germe di un linguaggio prima sentito e poi compreso.

Da persona capace, da architetto con il mestiere tra le mani, Pellegrin avrebbe potuto piegare il suo linguaggio ai capricci della moda o nascondersi dietro le troppo abusate menzogne, ma non lo fece convinto che il suo talento rappresentava la sua migliore arma contro l’accademismo.

Nel progetto della palazzina romana, tipologia tanto cara ai costruttori della nostra società quanto lontana dalla cultura americana, fu più difficile cercare di applicare il suo credo; ci riuscì abolendo le facciate, aggettando balconi e fioriere in plastica sequenza e proiettando all’esterno lo spazio interno. Il risultato fu sconvolgente, partendo da un blocco parzialmente costruito, plasmò la materia caratterizzando la palazzina a tal punto che, vista oggi al confronto delle abitazioni limitrofe, non è invecchiata per niente.

E oggi, come allora, la nostra città non è ancora aperta all’acquisizione di temi dinamici; salvo equivoci il clima resta ancorato a speculazioni e insegnamenti di dubbia provenienza.

L’eleganza della palazzina resta lì a ricordarci che esiste sempre una via per obiettare.

Ma sarà nell’edificio postale di Saronno, vicino a Milano, che l’istinto formidabile dell’architetto, unito alla sua chiarezza intellettuale, generò un piccolo capolavoro; la spazialità di quest’ambiente, illuminato dall’alto senza cesure, è talmente accattivante che la dimensione figurativa sconfigge quella metrica.

La ricerca pellegriniana è stata da sempre una ricerca isolata; il suo isolamento, non fu dovuto all’estraniamento dalle proprie radici ma al confondersi e allo spezzarsi da esse.

“Stare” nel proprio tempo, “Sentire” il proprio luogo non significa subirne le limitazioni ma significa reagire.

La sua strada non fu quella di esule, tutt’altro: la sua ricerca fu accanita, reiterata e fiduciosa.

E più la sua ricerca diventò convincente più la strada diventò attendibile.

Fu una strada in cui sbandò, nella quale rischiò di perdersi, in cui fece a meno di molti consensi e che richiese molta vitalità e pazienza ma Luigi Pellegrin, nato a Courcelette in Francia nel 1925,

la percorse per intero fino alla fine della sua vita.

La pregnanza degli spazi, la fedeltà ai materiali, la scansione metrica accompagnata alla funzionalità e alla leggibilità planimetrica, la relazione intima tra spazio interno e spazio esterno, i flussi dinamici e la luce saranno i temi che caratterizzeranno per sempre la sua architettura.

Chiudo il report con un mio ricordo personale, di una persona che lo ha conosciuto negli anni ‘90 sui banchi della facoltà di architettura di Roma:

“La grandezza di Luigi Pellegrin era nella sua consapevolezza di essere una persona eletta.

Eletta dagli essere umani.

Lui continuava a nutrire le persone con le quali entrava in contatto attraverso i suoi densi silenzi.

Ricorderò per sempre le sue lezioni svolte a Fontanella Borghese, lezioni costruite attraverso le sfide e intorno alle curiosità che, trapassando il “culturame modaiolo” diffuso nel mondo architettonico, densificavano le nostre masse cerebrali già infettate da numerose metastasi.

Arrivavamo da Lui al 5 anno accademico: molti rinunciavano in partenza, altri durante, pochissimi avevano la forza di resistere.

La rivelazione, che ne scaturiva, era assolutamente unica.

Scoprivi il MONDO.

Quello che gli altri per quattro anni ti avevano nascosto.

Ricordo il suo sguardo e il suo silenzio, ricordo il momento in cui ti lasciava solo con le tue poche certezze e i tuoi tanti dubbi.

Lui riusciva a ingigantire le tue lacune, ma lo faceva in un modo tale che dopo l’umiliazione susseguente, tu ne uscivi più forte e deciso di prima: inspiegabilmente ti era aumentata la voglia di “fare architettura”.

Lui mi ha insegnato ad amare l’architettura nell’unico modo in cui si può insegnare questa dolce disciplina:

-suscitarti la curiosità (per ¼),

-metterti di fronte alle tue responsabilità (per ¼),

-pensare nello spazio (per ¼),

-sapere che se qualcuno ti copre di merda, tu devi rialzarti più forte di prima (per ¼).”

Se negli anni ’90, durante l’occupazione della facoltà di Architettura di Roma da parte del movimento della Pantera, oltre che a partecipare alla protesta frequentavi lo studio di Pellegrin a via dei Lucchesi arricchivi il tuo bagaglio conoscitivo…………………pardon scoprivi un fantastico architetto.

 

CRONACHE E STORIA- OTTOBRE 1960

 

Nell’editoriale del mese di ottobre 1960, Bruno Zevi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di George Orwell “1984”, commenta l’analisi, dell’American Institute of Architects, su quale sarà lo stato delle università americane in quella data.

Siamo negli anni ’60 e precorrere il futuro di 24 anni era un compito abbastanza arduo.

L’alba di un futuro nuovo era all’orizzonte e lo scenario che si intravedeva era imperniato intorno a strumenti elettronici di controllo, a supporto della disciplina architettonica, che avrebbero ampliato la ricerca facilitandola non poco.

In questo scenario la storia dell’architettura si sarebbe arricchita di nuovi significati mostrando una duplice finalità: al suo valore educativo generale si dovrà aggiungere una incidenza professionale sempre più rilevante.

Nel 1984, la peregrina idea ottocentesca, che la creatività consisteva solo nell’intuizione divina sarà definitivamente screditata.

Gli studenti saranno così ferrati nella conoscenza delle teorie estetiche, antiche e moderne, che potranno giudicare, obiettivamente e senza indugio, ogni furente messia che proclamerà altre verità eterne e assolute.

Così educato l’architetto non sarà più né il cosmetico del’industria edilizia né uno dei suoi tanti tecnici e l’architettura tornerà ad essere un’arte di coordinamento assai lontana dalle scuole beaux-arts.

Ripensare oggi, a come loro avrebbero immaginato il futuro nel 1960 e meditare oggi, a come noi oggi immaginiamo il futuro nel 2050, mi fa capire l’immane sforzo che si dovrebbe compiere ogni volta che si cerca di interpretare il futuro.

A differenza di loro, che avevano, a ragione, molta fiducia nella tecnologia e nella storia noi non abbiamo più neanche quella se e’ vero che, alla recente biennale di Venezia, un gruppo molto valido di giovani architetti italiani, chiamato a riflettere su come sarà l’Italia nel 2050, da risposte scontate a temi che sicuramente cambieranno il nostro modo di vivere.

Nella rivista vengono presentate alcune opere dell’architetto Enrico Castiglioni; la sua architettura era pervasa da uno strutturalismo accentuato che abbinato ad un furore produttivo gli permetteva di creare configurazioni spaziali inedite e di qualità.

Così si esprimeva: “Nell’architettura la legge che ordina la materia ad operare per conseguire il fine spaziale, da vita alla struttura, che viene a porsi come mediazione tra la complessa sostanza della materia e la realtà ideale dello spazio interno”.

Il ristorante costruito a Lisanza sul lago di Como è la sintesi di questi concetti: un grande occhio sul lago, un’elegante composizione moderna di piani, terrazzi e aperture da cui apprezzare con successivi colpi d’occhio il panorama che si apre di fronte.

Dal punto di vista compositivo il ristorante è costituito da tre arconi disposti asimmetricamente, i primi due, adiacenti, costituiscono il nucleo del progetto e sono chiusi da vetrate, il terzo, aperto e disposto sfalzato rispetto ai primi due, da profondità all’edificio e segna l’ingresso al ristorante dalla terrazza sul lago.

L’essenzialità della struttura centinata, unita alla chiarezza compositiva genera uno spazio fluido, scarno eppure ricco, leggero e robusto, capace di affidare alla luce il compito di intensificarlo trapassandolo con i suoi molteplici riflessi.

Nelle altre opere presentate si evince la particolare ricerca dell’architetto Castiglioni, sempre tesa verso la libertà e l’arditezza strutturale, con un’energia espressiva e un gusto per le nuove forme sempre integrate spazialmente.

Nella rubrica della Selearchitettura viene presentato il cantiere appena terminato per il convento Domenicano “Santa Maria de la Tourette” costruito, a Eveux-sur-Arbresle vicino a Lione, da Le Corbusier.

Il terreno, fortemente inclinato e le rigide regole domenicane condizionarono positivamente questo capolavoro dell’architettura contemporanea; la sua forza e’ da ricercare nella sua essenzialità, nel mostrare la sua struttura all’osso, scarna eppure nobile e intensa.

Contenuto straripante, denso e sconcertante, inedito e rappresentativo.

Con questo progetto Le Corbusier, dimostrò di aver trovato, grazie alla severa norma domenicana, una regola compositiva tale da far pensare che anche gli ambienti collettivi, progettati prima di questo, avessero per committenza i padri  domenicani………….

Se nell’ottobre del 1960 ti abbonavi alla rivista inglese di architettura più importante,

“The Architectural Review”, spendevi, per 12 fascicoli mensile la somma annuale di lire 6.940

………………………………………..pardon 3,58 euro.

 

Pubblicato in XXL CHRONICLES

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