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2012

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Giovedì, 01 Marzo 2012 00:00

MOD LIKE WATER

PROGETTO: MOD LIKE WATER
ID: SYL KWT 03M12 XXL47
TIPOLOGIA: CONCORSO
COMMITTENTE: CONTAMINA
LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI: ------------------------
SUPERFICIE: 5.00 MQ.
PROGETTAZIONE: 2012
ESECUZIONE: 2012
WEB CATEGORIES: XXL  DESIGN
TESTO: Un singolo elemento, infinite combinazioni, scenari variabili. La modularità e’ il tramite per ottenere diverse configurazioni spaziali.

Il singolo elemento in plastica, facile da trasportare, giunto sul sito e’ riempito d’acqua per stabilizzarlo; e’ possibile ordinare i singoli moduli e combinarli infinitamente.

Pubblicato in XXL DESIGN
Sabato, 25 Febbraio 2012 00:00

MARIANO GIGLI DESIGNER

Nel 1994 si diploma a Roma in "Tecnico della Grafica e della Pubblicità".
Segue un corso di specializzazione sui "Principi di Museografia e Allestimento Mostre", un corso negli Stati Uniti sulle “Nuove Tecnologie Grafiche e di Stampa” e nel 2004/2005 un master in "Graphic Design Direzione e Progettazione Creativa" presso lo IED di Roma.
Dal 1994 al 2000 lavora prima come junior art poi come middleweight designer presso lo Studio Roberto Lombardi in Roma, firmando progetti per Alitalia, Ama S.p.A., Forte Agip Hotels, Unicri, Kernel S.p.A.

Nel 2001 si trasferisce a Londra dove collabora come free lance per la Leo Fund Managers Limited. Nel 2002 tornato in Italia crea a Roma lo studio di progettazione visiva Gigli Moschella & Associati Snc e collabora in qualità di consulente con agenzie e studi esterni.

Nel 2004 fonda lo studio MARIANOGIGLIDesignConsultant, specializzato nella realizzazione di sistemi d'identità visiva. Viene premiato al concorso d'idee "Icedream Graphic Design Under 30" promosso dalla Burgo Distribuzione S.p.A.

Ad oggi oltre ai servizi di comunicazione visiva, realizza opere artistiche prevalentemente ritratti in stile iperrealista, realizzate con tecnica acrilica.

MARIANO GIGLI Design Consultant
Via Ortignano, 51 - 00138 Roma
(t/f) +39 06 88 08 004
(m) +39 340 52 47 828
(e) Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
(w) www.marianogigli.it

Pubblicato in XXL FRIENDS
Lunedì, 20 Febbraio 2012 00:00

PRESS/Tletter n.39-40/2012

CRONACHE E STORIA-FEBBRAIO 1962

 

Nel mese di febbraio 1962 la rivista dedica la sua parte monografica all’opera di un maestro dell’architettura italiana: Giovanni Michelucci.

Alla soglia dei settant’anni l’opera dell’architetto toscano fu analizzata dal suo discepolo Leonardo Ricci; la parabola dell’architetto sembrava volgere al termine e la costruenda chiesa sull’autostrada del Sole era il giusto coronamento di una produzione architettonica punteggiata da altri lavori superbi quali la stazione di Firenze del 1935, la borsa merci di Pistoia del 1950 o la chiesa di Larderello del 1959.

La carriera dell’architetto continuò per altri trent’anni e finì beffardamente il 31 dicembre 1990, due giorni prima del compimento dei cento anni, che sarebbe avvenuto il 2 gennaio 1991.

Si sottrasse ai festeggiamenti in maniera discreta lasciandoci degli spartiti memorabili.

La rivista gli chiese il permesso di pubblicare quegli appunti che erano destinati a restare nel cassetto; lui accettò con molto pudore e con la certezza che, una parola “detta”, anche una sola volta, ha la stessa importanza di gesti che appena compiuti lo sono per sempre.

Mi piace ricordarlo con uno scritto dal titolo:

“Troppo spesso si vive e si opera come se si fosse soli….”

“Noi, chiusi nel cerchio invulnerabile dei nostri interessi, quasi si fosse soli, ce ne stiamo spesso assaporando un nostro linguaggio ermetico che si esercita sulla significazione di un ferro sagomato e perfino della sua ombra; tormentati dal fatto  che quel che ieri ci sembrava rappresentare qualcosa di architettonicamente nuovo, oggi, a distanza di tanto poco tempo, si scopre come gioco di nessuna vitalità, mentre andiamo così consumando energie e tempo senza poter raggiungere un punto base da cui partire per intendere e farci intendere.

Si dice che l’urgenza creativa non consente per il momento di fermarci e che ognuno di noi ha il diritto di tentare la propria strada. Ma dove vanno tutte queste strade? Perché ognuno di noi crede di essere il capostipite di una nuova generazione?

In realtà, questo nostro tempo che consuma, disgrega e induce ad analisi spietate per il sovrapporsi di tutte queste personalità senza nulla in comune, lascia le parti fra loro separate che non si è capaci di risaldare in un tutto che darebbe senso a ciascuna di esse.

Troppo spesso si vive e si opera come se si fosse soli e la società fosse cosa che ci riguarda solo in linea retorica. E intanto ci sfugge un fatto, determinante per ogni aspetto urbanistico e architettonico: la presenza delle masse, della popolazione, della società vera.

Spetta ad ogni individuo, cosciente del proprio compito, e quindi anche in gran parte agli architetti, di iniziare un’azione che renda possibile un dialogo tra specializzati e non specializzati, portando i pensieri, il linguaggio, le opere su un piano meno compiaciuto di sé e del proprio valore tecnico-scientifico ed estetico; meno ermetico più cordiale più fiducioso e, vorrei dire, più naturale.

E non come si fosse da soli, ammirandoci e compiacendoci, comunque ambiziosi di questa solitudine; ma come si fosse già in tanti che ancora dobbiamo conoscerci ma già decisi a far pulizia di tanti imbrogli mediocri e di compromessi che degradano la professione, le opere, la critica e noi.”.

A queste parole vorrei aggiungere il ricordo del modo con il quale Michelucci progettò la chiesa sull’autostrada: una realizzazione nata non sulla carta bianca, non sulla carta millimetrata e tantomeno sul tecnigrafo ma nata dal pensiero, dal desiderio e dal sogno dell’architetto.

La carta fu solo un mezzo dove si depositavano via via i frammenti di forma, già presenti nella mente quasi come una testimonianza o un ricordo.

Di una cosa possiamo essere certi: Michelucci avrebbe potuto distruggere schizzi, plastici e disegni in scala per andare sul terreno e disegnare, direttamente con un pezzo di legno, la pianta della chiesa, far scavare le fondazioni e poi far alzare i muri.

Avrebbe potuto fare tutto senza disegni tanto gli era chiaro ogni singolo elemento della chiesa

e se qualcosa, vedendo crescere la sua “creatura” non lo soddisfaceva avrebbe risolto il problema durante la costruzione direttamente in cantiere.

In fondo come hanno fatto sempre gli architetti, quelli veri, e non i “business man” con ufficio nella più importante strada nel centro, con una schiera di “pubblic relations man”, avvocati ed un esercito di disegnatori per soddisfare il troppo grande numero di lavori…………

Piccola nota personale a chiudere: nella rivista è illustrato un progetto di una piccola scuola elementare in Cornovaglia che mi ha ricordato immediatamente alcune tracce viste tra le architetture di Mansilla e Tunon; al momento di scrivere questa cronaca leggo su internet della prematura scomparsa di Luis Moreno Mansilla.

Sono rattristato da questa notizia che ci priva di uno dei più originali architetti contemporanei.

A proposito di architetti spagnoli, se nel 1962 decidevi di comprarti un saggio sull’architettura di Antoni Gaudì a cura di J.J.Sweeney e J.L.Sert spendevi 12.000 lire………………….pardon 6.19 euro.

 

CRONACHE E STORIA-MARZO 1962

 

Argomento caro al direttore: lo sviluppo urbanistico.

In linea di massima lo sviluppo delle città dovrebbe essere sempre pianificato dagli urbanisti.

In Italia non sempre è avvenuto e ogni volta ci siamo interrogati sul perché.

O meglio, sapendo il perché, ci siamo chiesti cosa potevamo fare per non ricadere sempre negli stessi errori e/o orrori.

Solitamente i costruttori, giocando d’astuzia e di anticipo, realizzano edifici in barba ad ogni previsione di piano, che la politica, avida di denaro, si sbriga a sanare; a quel punto, e a giochi fatti, gli urbanisti prendono atto di quanto realizzato e cercano di mettere pezze qua e la.

All’opposto gli urbanisti, quando riescono a lavorare di anticipo, realizzano piani, li impongono dall’alto e, senza le giuste prescrizioni, determinano delle storture tali da spingere al facile boicottaggio.

Schiacciata da questo circolo, tutt’altro che virtuoso, l’urbanistica è svuotata dai suoi compiti principali ed è confinata in una sfera astratta, velleitaria, e paternalistica.

Stabilito che la deficienza è sia nel metodo che negli strumenti, bisognerebbe trovare quel collegamento tra le conclamate teorie sull’urbanistica aperta, dinamica e continua e i risultanti piani tardivi, chiusi e statici.

Negli anni ’60 si avvertiva l’esigenza di configurare un organo capace di riempire il vuoto che separava la realtà edificatoria dal piano; un organo obiettivo che non doveva risentire delle oscillazioni politiche o dell’eccessiva burocratizzazione, diretto da professionisti qualificati che erano disposti a rinunciare all’attività privata e dotati di quel senso etico e civico caratterizzante le persone che lavorano per la collettività.

Doveva essere un ente operativo ma non professionale, aperto ma efficiente, a carattere pubblico ma con la partecipazione fattiva dei cittadini; questi centri studi per lo sviluppo urbano erano la naturale chiusura di quel circolo che partendo dalla redazione dei piani terminava con la realizzazione finale.

Oggi, più che in passato, avremmo bisogno di qualcuno che vigili sulla realtà edificatoria del nostro paese confusa tra lungaggini burocratiche, piani disattesi, mazzette varie e gangsterismo latente.

Gli scandali si succedono con maggiore frequenza a mano a mano che l’asticella del guadagno si alza: eventi mondiali da organizzare, catastrofi da affrontare e ricorrenze nazionali sono, con le loro scadenze, manna per qualunque faccendiere e purtroppo per molti avidi politici.

Le scoperte cui giornalmente dobbiamo assistere non ci fanno più rabbrividire, ci siamo assuefatti al peggio.

Ed è quest’arrendevolezza il male peggiore del nostro tempo……..

Nella rivista ritrovo uno scritto di Pier Paolo Pasolini tratto dal libro “Una vita violenta”;

Ed è piacevole rivivere attraverso le parole dello scrittore uno spaccato della Roma degli anni’60 e una descrizione di come eravamo.

“Ma ecco che un giorno cominciarono a impiastrare di palazzi tutto lì intorno, sulla Tiburtina, poco più sul del Forte: era un’impresa dell’INA case e le case cominciarono a spuntare sui prati e sui monta rozzi. Avevano forme strane, coi tetti a punta, terrazzette, abbaini, finestrelle tonde e ovali: la gente cominciava a chiamare quei caseggiati Alice nel Paese delle Meraviglie o Gerusalemme.

….una notte, tutti gli abitanti dei dintorni, d’accordo, combuffolarono e imbastirono il movimento: presero e l’andarono ad occupare, come nel Far West, chi primo arrivava quello che occupava era suo……..Per cinque o sei giorni restarono chiusi dentro. La polizia era venuta, e aveva circondato i palazzi: c’erano jeep e camoniette, che chiudevano gli imbocchi di Gerusalemme.

Un giorno venne l’ordine di spiantarli: si presentò il questore in persona, e in poche ore tutto tornò alla normalità e il villaggio rimase vuoto e deserto.

Passò qualche mese ancora, e cominciarono a venire a starci le prime famiglie autorizzate: tutti impiegati del comune, più o meno, gente che c’aveva meno bisogno. Qualche appartamento era ancora sfitto, ma le domande però erano migliaia. Ed ecco che qualcuno dei tanti santi che la sora Maria pregava sempre, da dieci anni e più, si fece conoscere. Chi se lo sarebbe mai creduto? Uno degli appartamenti dell’INA case fu assegnato a Torquato Puzzilli.

Tommasino, il figlio della sora Maria e di Torquato, s’era fermato a guardare la casa in Via dei Crispolti,19. Era sempre vissuto, dacchè se ne ricordava, dentro una catapecchia di legno marcio, coperta di bandoni e di tela incerata, tra l’immondezza, la fanga, le cagate: e adesso invece, finalmente, abitava nientedimeno che in una palazzina, e di lusso, pure, con le pareti intonacate e le scale con le ringhiere rifinite al bacio. Sul pianerottolo c’era un finestrino rotondo, dove ci si arrivava appena col naso. Tommaso andò a darci un’occhiata. Lì si vedeva mezza Roma: un macello di case, di luce, sui terreni già un po’ scuri, senza fine, che pareva galleggiassero sulle nubi, da Montesacro a Piazza Bologna, a San Lorenzo, a Casal Bertone.

…Ormai dovevano essere le sette, e Tommaso andò verso casa. Sua madre c’era, e lo aspettava…….

Come si fu un po’ calmata gli fece vedere la casa: c’erano due camere, la cucinetta, il gabinetto e il terrazzo………….

Che notte passò Tommaso! La più bella, si può dire, della sua vita: perché, pure se dormiva, non dormiva proprio, ma era sempre un po’ sveglio, e, così, poteva sempre pensare di essere dentro la sua casa, una casa bella, grande e a regola d’arte, come quella dei signori.”

Noi eravamo questi, era l’epoca in cui non avevamo nulla e apprezzavamo tutto…….forse dovremmo riproiettarci verso questa direzione.

Comunque se nel 1962 decidevi di andare da Roma a New York con le nuove rivoluzionarie tariffe, proposte dalla Pan American, ridotte per viaggi collettive di almeno 25 persone, spendevi a persona 240.700 lire……….pardon 124.31 euro…….a trovarli altri 24 però……

Pubblicato in XXL CHRONICLES

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