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2018

13 items

Nel fascicolo di marzo 1968 un reportage dall’America, opera dell’Architetto Luciano Rubino, si occupa della Frederick C.Robie House, realizzata nel 1908 sulla South Side di Chigaco, dal quarantenne Architetto Frank Lloyd Wright. Questa casa nelle intenzioni del progettista doveva divenire il manifesto dell’ideale ricovero umano nel libero spazio della prateria.  La libertà espressiva, fondata sulla progressiva smaterializzazione della scatola muraria a favore di una maggiore integrazione tra interno ed esterno, e l’accentuazione delle linee orizzontali, basate sui tetti aggettanti, le finestre a nastro e le fasce marcapiano, determinarono quella rivoluzione che modificò per sempre la casa tradizionale americana. La sua costruzione influenzò notevolmente anche gli architetti europei divenendo in poco tempo una pietra miliare dell’architettura residenziale. Grandi spazi continui, articolati mediante artifici architettonici, quali camini e scale, e mai divisi da porte e tramezzi; muri perimetrali, concepiti come schermature, che partendo da uno zoccolo rialzato rispetto alla quota del terreno, permettevano una veduta migliore;  l’intonaco delle gronde colorato di chiaro per riflettere la luce nei locali che altrimenti sarebbero rimasti al buio; i vani finestra protetti dal vento e dal sole grazie agli ampi sporti di gronda sono alcune delle peculiarità della casa. Rileggere a distanza di più di 100 anni questo edificio è un esercizio potente e stupefacente: sembra impossibile che nel medesimo edificio possano coesistere tanti elementi, tanto vigorosi e tanto sapientemente assortiti, capaci di condensare quella fluidità spaziale. Fluidità che costringerà ognuno di questi elementi a deformarsi per esaltare, sempre e comunque, la linea orizzontale. La “Robie house” segnerà un punto fermo dell’architettura wrightiana, sintetizzando e integrando tutte le componenti studiate in precedenza.  Siamo nel 1908 e dopo di essa ci saranno gli scattanti passi in avanti che ben conosciamo….. Architetto Arcangelo DI CESARE  www.xxl-architetture.com

PROGETTO: CASA LUCA, ANNARITA E RACHELE ID: ABT TRM 09O17 XXL76
TIPOLOGIA: PRIVATA
COMMITTENTE: LUCA
LUOGO: TERMINILLO – RIETI
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 50 MQ
PROGETTAZIONE: 2015 ESECUZIONE: 2016 WEB CATEGORIES: XXL INTERIORS
TESTO: Una piccola casa di montagna pensata per sfruttare ogni minimo spazio. Grande esercizio professionale legato al tema dell’existenzminimum. Una cura del dettaglio e dei materiali:  dal parquet usato anche come rivestimento parietale al rivestimento di pietra, dai mobili pensati per soddisfare le esigenze estetiche e funzionali ai soffitti dimensionati a seconda dello spazio da circoscrivere. 

Nel 1967 si assegnarono i premi In/Arch Finsider per idee architettoniche riguardanti la progettazione di strutture abitative in acciaio: a vincerlo fu il gruppo dell'architetto Giuseppe Perugini. Questo geniale architetto, capace di grandi ricerche e di altrettante fantastiche realizzazioni, concepì un semplice “telaio spaziale” costituito da due elementi orizzontali e da due elementi verticali opportunamente collegati tra di loro; lo spessore di questo telaio era di 60 cm mentre l’altezza variava tra i 240 cm, i 300 cm e i 480 cm. Questo elemento completo di impianti, infissi e rifiniture, una volta assemblato, forniva una soluzione pronta per essere abitata. Modulando questi elementi e disponendoli nelle diverse posizioni si poteva ottenere una vasta gamma di combinazioni sia sul piano verticale sia orizzontale. La grande innovazione di questa ricerca fu di non permettere la semplice produzione di case prefabbricate (cosa che negli anni sessanta era esercizio molto inflazionato) ma quella di consentire la produzione di singoli elementi da combinare. L’intento era di creare quell’industrializzazione aperta, legata più alle esigenze degli utenti finali che a soluzioni predefinite calate dall’alto. Le infinite soluzioni che si potevano generare e la totale versatilità della ricerca colpì la giuria del concorso, che riconobbe in quel progetto un’originalità capace di superare il monolitismo dogmatico di esperienze coeve. Particolarmente apprezzata, fu anche la scelta di intendere la cellula abitativa come una matrice di organismi in continua crescita. Questo progetto non ebbe lo sviluppo che meritava ma Perugini continuò caparbiamente la sua ricerca. Attraverso l'affascinante progetto della casa di Fregene, concepito con il figlio Raynaldo e la moglie Uga de Plaisant, continuò la ricerca e lo studio di questi spazi non-finiti, capaci di una crescita infinita in tutte le direzioni e sospesi tra la terra e il cielo. Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

CODE: FLP 58

La rivista torna ad occuparsi dell’architetto John Mac Lane Johansen attraverso la presentazione di una sua nuova opera: la biblioteca pubblica di Orlando in Florida. Questo mi permette di tornare con piacere su quest’architetto, non troppo valorizzato dalla storia ma capace di realizzare, nell’arco della sua vita, numerosi capolavori. La sua architettura si basò su quei principi, che Johansen chiamava “i tre imperativi”: quello tecnologico, quello organico e quello psico-sociologico. Il primo presupposto era il fondamento del costruire; in ogni epoca, in ogni periodo della storia e in ogni momento la tecnologia è stata esibita dai potenti della terra con orgoglio divenendo “l’eredità del genere umano. Il secondo presupposto è l’imperativo organico; noi facciamo parte della natura e quindi ciò, che produciamo in quanto estensione di noi stessi, ne fa parte. In “natura ogni cosa è interconnessa con le altre e ogni cosa ha una destinazione perché la natura è saggia e non ha nulla di gratutio”. Il terzo presupposto è l’imperativo psico-sociologico che riguarda la collettività; ogni essere umano vive come l’uomo antico, usando leggende e modi tramandati nel tempo, usando però simboli e immagini moderne; “recitiamo in nuovi teatri i nostri antichi riti”. L’interconnessione di questi tre imperativi furono la base su cui declinò tutta la sua produzione architettonica, che partendo dallo “spayform” e passando per la Labyrinth house e il Mummers Theater terminò con le ricerche sulle nano architetture. Citando le parole di Marshal Berman, Johansen dimostrò il suo credo: “Essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che promette avventura, potere, gioia, crescita e mutamento. La modernità unisce gli uomini e li immerge nel vortice del perpetuo disgregarsi e rinnovarsi. Essere moderno significa riconoscere l’entropia, rifiutare come ideale la stabilità che è una forma di morte lenta, e accettare il mutamento come fonte di gioia pura”. Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

PROGETTO: CASA ANDREA E BARBARA
ID: ABT RMA 12D17 XXL76
TIPOLOGIA: ABITAZIONE
COMMITTENTE: ANDREA , BARBARA E MATTEO
LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 82 MQ
PROGETTAZIONE: 2017
ESECUZIONE: 2017
WEB CATEGORIES: XXL INTERIOR
TESTO: una casa per una coppia di amici con un figlio in zona San Pietro. Una zona giorno, aperta sull’ingresso, ci accoglie all’interno della casa; le differenti quote del controsoffitto comprimono e dilatano i volumi così come i tagli di luce enfatizzano la leggerezza. 

L’attualità ci costringe sempre a far i conti con il passato, che, dimenticato, torna ciclicamente davanti a noi supplicandoci di non rifare gli stessi errori. Oggi in tutta europa si torna a respirare quel forte vento nazionalista, che con gesti estremi e intolleranti, cerca appigli e nuovi slanci nell’insoddisfazione generale. In Italia, piu’ miseramente, si usano impropriamente immagini di Anna Frank con magliette di squadre di calcio, dimostrando di non conoscere il dramma di quanto accaduto una settantina di anni fa. La rivista, nel fascicolo di novembre 1967, con imbarazzante coincidenza, pubblica il monumento ad Auschwitz-Birkenau opera di Giorgio Simoncini, Julian Palka, Tommaso Valle, Maurizio Vitale e lo scultore Pietro Cascella. Lavorare in quel luogo deve essere stato complicatissimo; qualsiasi parola, qualsiasi forma o qualsiasi interpretazione dovevano sembrare impotenti e inadeguate di fronte alla realtà che fu. Qualsiasi architettura che si faceva “guardare” ad Auschwitz costituiva un’insopportabile interferenza, quasi immorale; il terreno non andava “coperto”, ma doveva resistere ruvido e intriso di storia; la testata del binario, i tralicci e i cancelli dovevano restare lì, immobili nel ricordarci l’immane tragedia. Gli autori scelsero una piattaforma rialzata che, innalzando i punti di vista, permetteva di osservare l’area senza distrazioni facilitando la concentrazione tra i laceranti ricordi. Ogni volta che la piattaforma, intercettava elementi legati ai segni della tragedia, si spaccava, si lacerava e cedeva a quella impossibilità morale di aggiungere una costruzione nuova a questo luogo. Questo invito al silenzio, articolato intorno al vuoto della piattaforma e al pieno centrale della scultura, ha generato un “monumento-non monumento”, capace di dilatare il ricordo di Auschwitz oltre lo scorrere del tempo…….forse tornare ogni tanto in questo posto servirebbe a risvegliarci la memoria e a garantirci che questi crimini non andrebbero più vissuti……  Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

CODE: FLP-57

CODE: SKT-43

PROGETTO: CASA DI DAVIDE ID: ABT RMA 09O16 XXL75
TIPOLOGIA: PRIVATA
COMMITTENTE: DAVIDE
LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 110 MQ
PROGETTAZIONE: 2016 ESECUZIONE: 2016 WEB CATEGORIES: XXL INTERIORS
TESTO: Una casa per un libero professionista  in una zona, all’interno  del quartiere EUR, verde e tranquilla. La casa si apre su una grande zona giorno su cui si affaccia la cucina e che si affaccia su un magnifico balcone immerso nel verde. La grande finestra scorrevole incornicia il paesaggio ed amplia maggiormente il living. Una porta a scomparsa cela la zona notte

Il padiglione temporaneo Sonsbeek, costruito nel 1966 ad Arnheim, dall'architetto Aldo Van Eyck è il tema di questa cronaca. Nello stesso posto dove dodici anni prima Rietveld aveva risolto lo stesso tema in modo estremamente lirico contando sul magnifico giardino, Van Eyck realizza un progetto che partendo da configurazioni geometriche definite, arriva, attraverso un metodo sottrattivo di materia, a raggiungere la più complessa semplicità. Con questo progetto, l’architetto confermò la validità della sua personale ricerca basata sulla composizione e sul montaggio di forme primordiali, usando la geometria come principio analitico e organizzativo degli spazi e dei luoghi del vivere. Come per altri progetti anche per questo padiglione fu capace di produrre un numero così elevato di soluzioni differenti da far sembrare la passione per il processo delle rappresentazioni grafiche come una magnifica ossessione. Il padiglione era costituito da sei pareti alte quattro metri che disposte parallelamente a una distanza di 2,5 metri, si piegavano a formare spazi circolari che, uniti agli improvvisi tagli, trasformavano un semplice schema in un dispositivo spaziale complesso. La luce diffusa, proveniente dal tetto completamente trasparente, illuminava in tutte le parti le sculture evitando di colpirle solo da lati definiti. I viaggi in America e in Africa alla ricerca di archetipi formali, di cui fu un raffinato cacciatore, unita all’abilità nella pratica del disegno contribuirono alla cristallizzazione del proprio linguaggio architettonico. Linguaggio che rispecchiava la complessità della vita urbana con progetti capaci di riconciliare l'architettura con l’arte, la scienza e l'antropologia. I suoi progetti, lungi dall’essere convenzionalmente belli, erano però strutture complesse che rappresentavano la sua convinzione fondamentale che “ una casa deve essere come una piccola città se è una vera casa; una città come una grande casa se è una vera città”.

CODE: FLP-56 

Questa cronaca è per un personaggio unico della storia dell’architettura: a due anni dalla morte, avvenuta a New York il 27 dicembre 1965, la rivista gli dedicò un commosso ricordo. Era l’assertore della “casa senza limite”, il nemico della simmetria, l’apostolo delle cavità fluidificate, della transizione spaziale e dei gusci organici e trapassati; mite e irriducibile, candido e geniale non fece parte di nessuna scuola, riuscendo sempre a sottrarsi al fascino dell’isolamento e all’ambiguità delle mode. Volò semplicemente sopra il mondo, lambendo e influenzando tutte le arti figurative e decidendo di concentrarsi sulla madre di tutte le arti, l’architettura; riuscì nella titanica operazione di far vivere lo spazio anziché di limitarsi a guardarlo. Scriveva: “Il futuro appartiene alla continuità, l’isolamento è abolito. Una casa non è più un singolo blocco con pareti piane, curve o a zig-zag. È composta da nuclei spaziali viventi, di ali che si protendono verso orizzonti nuovi. Siano essi vicini o lontani, essi ci appartengono, e noi ne siamo parte. La scatola quadrata è morta di soffocazione. Ha strozzato la vita all’interno. E i buchi delle finestre sono pura respirazione artificiale per il cubo agonizzante…..”. In fondo il suo fu un modo di progettare diverso dagli altri, fondato più sulle nostre intime necessità e sui nostri processi interiori piuttosto che dettato dalle attrezzature meccaniche. La sua “Endless House” oltre a rappresentare il filo conduttore della sua intera esistenza e il tema continuo della sua ricerca, diventerà anche quella raffinata concezione di spazio che non esisteva e che non avremmo piu’ ritrovato nella nostra storia dell’architettura. Esortava: “Disegnate ad occhi chiusi, ascoltate ogni consiglio con un orecchio, ma tenete aperto l’altro ai sussurri della vita. Impiegate la tecnologia ma non fatevi dominare dall’industria. La casa non è una macchina per abitare ma un involucro che va riempito con l’esuberanza della vita”. All’esile figura, quattro piedi e dieci pollici di altezza, si contrapponeva la sua immane grandezza intellettuale, capace di elevarlo a gigante nel mondo dell’architettura: Friedrich Kiesler.

2017

11 items

CODE: SKT 42

PROGETTO: CASA ALE E FRA
ID: LSS FRC 10L17 XXL74
TIPOLOGIA: PRIVATA
COMMITTENTi: ALE E FRA
LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI: ---
SUPERFICIE: 220 MQ
PROGETTAZIONE: 2016 ESECUZIONE: 2016/2017 WEB CATEGORIES: XXL INTERIORS
TESTO: Una coppia di clienti visionari ed illuminati, tornati a vivere a Roma dopo una lunga esperienza milanese, che ha voluto realizzare la loro nuova residenza ispirandosi alla cultura giapponese ed alla sua razionale essenzialità. Questa ristrutturazione è il risultato di un’attenta rielaborazione delle influenze orientali più pure e compiute conosciute nei numerosi viaggi fatti dalla committenza. Il rapporto interno esterno dell’appartamento è stato annullato attraverso la realizzazione di nuove aperture e l’innalzamento della quota del giardino che, precedentemente, risultava isolato e non sfruttabile. All’interno i vani sono stati tagliati con estrema precisione, incidendo gli spazi con metodo ed ottimizzazione.

Questa cronaca è dedicata a un grande architetto: un professionista concreto che mirava a trasformare i sogni disegnati sulla carta in “oggetti duri come la pietra”. Dovendo racchiudere in una sola parola tutta la sua produzione architettonica quella è senza dubbio “essenzialità”; la stessa che ritroviamo sia negli impianti generali sia nel disegno dei dettagli e nella scelta dei materiali curati fin nei minimi particolari. Se avevi la fortuna di seguire i suoi corsi di Progettazione a Valle Giulia, restavi ammaliato da quella pragmaticita' tipica dei maestri che si realizzano solo con “il fare”; ogni suo bellissimo disegno era un mezzo per indagare lo spazio, la componente materica e il dettaglio. Ascoltandolo si riusciva a percepire quel rigore capace di indirizzare verso quell’essenzialità che si otteneva sacrificando e sottraendo piuttosto che aggiungendo ed enfatizzando. L'opera, tra le tante, che illumina e ci aiuta a capire il suo mondo è la palazzina costruita a Roma in Via dei Colli della Farnesina; in un periodo in cui si realizzarono a Roma migliaia di palazzine, Lui riuscì a metterne a punto un suo personale tipo. Ci riuscì costruendo un telaio strutturale composto da pilastri secondari a “C” e da pilastri a “T” capaci di sostenere alte travi lunghe 30 metri, che segnavano, a destra e a sinistra del nocciolo centrale di collegamento verticale, due fasce libere per lo spazio giorno e lo spazio notte. All’essenzialità di questa struttura si contrapponeva la ricchezza dello spazio interno che, liberato dalla struttura, appariva fluido e dinamico. Dopo averlo studiato a lungo sulla carta, un paio di anni fa sono riuscito a entrare in uno di questi alloggi e sono rimasto a bocca aperta………Francesco Berarducci era riuscito a concepire una “villa urbana” dove molti altri avrebbero concepito solo banali appartamenti. Berarducci lo avevo scelto come relatore della mia tesi di laurea; morì, nel 1992, qualche mese prima della discussione……….

CODE: FLP-55

PROGETTO: RECUPERI ”amo” IL CINEMA ID: CNM PNL 06G16 XXL75 TIPOLOGIA: CONCORSO DI IDEE COMMITTENTE: COMUNE DI PIEVE A NIEVOLE LUOGO: PIEVE A NIEVOLE COLLABORAZIONI: SUPERFICIE: 400 MQ PROGETTAZIONE: 2016  ESECUZIONE: ---------       WEB CATEGORIES: XXL ARCHITECTURE   TESTO: un recupero di un vecchio teatro abbandonato, con una operazione di svuotamento del suo interno e successiva rivitalizzazione, attraverso la creazione di una sala polivalente, di una biblioteca e di una zona uffici

L’esercizio di leggere contemporaneamente le riviste di architettura attuali e “l’Architettura- Cronaca e Storia” di 50 anni fa, è talmente interessante che andrebbe reso obbligatorio come credito formativo: ogni mese nella rivista di Zevi ritroviamo argomentazioni, rimandi e rimbalzi che, come per magia, si implementano nelle riviste attuali. Tutto ritorna; tesi progettuali, ricerche architettoniche o semplici suggestioni le ritroviamo a distanza di cinquant’anni e ci sembrano le stesse; a volte si trasmettono in maniera inconsapevole a volte si tramettono con volontà. Leggere il passato vuol dire conoscere ciò che è stato pensato, disegnato e realizzato da professionisti che, seppur lavorando in altre epoche e con altre tecnologie, hanno, prima di noi, affrontato tematiche comuni. La conoscenza di ciò che è stato prodotto nel tempo deve o dovrebbe, anche inconsapevolmente, aiutare la produzione architettonica odierna. Un gioco che faccio sempre, rileggendo la rivista, è cercare delle assonanze, fossero anche solo planimetriche, con progetti che vedo realizzare ai giorni nostri. Nel numero di giugno 1967 trovo pubblicata la biblioteca di Clamart opera del gruppo di lavoro capeggiato da Jean Renaudie; questa piccolo gioiello architettonico, in forte contrasto con il resto della produzione dell’architetto francese basata su un’ossessiva ricerca geometrica legata agli angoli acuti, era costituito da una serie di volumi cilindrici di differente altezza, che affiancati determinavano un volume sfuggevole, accogliente e dinamico. Quest’anno a Pieve di Cento è stata ultimata la Casa della Musica, opera dello studio MCA di Mario Cucinella; il progetto del bravo architetto, ex allievo di Renzo Piano, sembra essere generato, almeno a livello planimetrico, dalla stessa mano. Mi piace pensare che, inconsapevolmente, il progetto di Cucinella sia il frutto generato da quel piccolo seme che volato da Clamart è atterrato a Pieve di Cento per germogliare……..sono un sognatore? Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

CODE: SKT 41

CODE. FLP-54

Chi leggeva abitualmente la rivista conosceva ampiamente le opere di questo studio; ogni loro costruzione era seguita e divulgata con una regolarità impressionante. Non erano delle archistar, anche se avevano appena edificato quello che oggi può considerarsi il loro capolavoro: il blocco vitreo, sospeso e rarefatto costruito nel cuore di Roma. Nelle nuove opere presentate il linguaggio non ha quell’incisività e quella forza che aveva contraddistinto l’opera principale, ma in loro si poteva individuare quella correttezza capace di respingere sistemanticamente la moda e l’arbitrio, a favore di una ricerca funzionale e distributiva pronta ad accogliere notevoli connotazioni inventive ed estetiche. Da loro, forse, potevi non aspettarti soluzioni estreme o voli pindarici ma potevi essere certo di una qualità essenziale superiore alla media. Il loro lavoro mi ha sempre dato l’impressione di essere frutto di un procedimento sistematico capace di governare ogni singolo aspetto della progettazione e di verificarlo quotidianamente in ogni fase, dall’incarico al collaudo. Nelle loro opere si continua ad avvertire quella ricerca aperta verso la problematica formale senza cedere all’esasperazione formalistica: cercare qualcosa che esca dai limiti dell’”architettonicamente corretto” nella loro produzione è ancora oggi una sfida difficile. Se dobbiamo trovare una parola “capace” di connotare le loro opere possiamo rintracciarla in “esatta”. Quell’esattezza che permetteva loro di eseguire delle costruzioni sostenibili economicamente e impeccabili dal punto di vista tecnologico. Senza punti esclamativi, senza forzature stilistiche, aggregando e riconducendo subito a un comune denominatore linguistico, queste opere continuano a darci una traccia utile, solida, la cui spregiudicatezza sta forse nella serietà. Lo studio è quello di Vincenzo, Fausto e Lucio Passarelli.

CODE: SKT-40

PROGETTO: COFFEE LOVERS ID: CFL RMA 05O17 XXL74
TIPOLOGIA: PRIVATA
COMMITTENTE: CRISTIANO LUOGO: ROMA
COLLABORAZIONI:
SUPERFICIE: 55 MQ
PROGETTAZIONE: 2016 ESECUZIONE: 2017 WEB CATEGORIES: XXL INTERIORS
TESTO: Un progetto di allestimento per una rivendita di cialde per caffè creato in forte collaborazione con la committenza. Materiali di riciclo quali pallet, cassette della frutta, tavolati ritrovano una nuova vita grazie al loro nuovo utilizzo. Contro il monopolio di nespresso…..

Chi siamo

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XXL Architetture è stato fondato nel settembre
del 2003 ed attualmente ne fanno parte
gli architetti Germano Franciosi (1976)
ed Arcangelo di Cesare (1966).

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