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2018

5 items

Nel 1967 si assegnarono i premi In/Arch Finsider per idee architettoniche riguardanti la progettazione di strutture abitative in acciaio: a vincerlo fu il gruppo dell'architetto Giuseppe Perugini. Questo geniale architetto, capace di grandi ricerche e di altrettante fantastiche realizzazioni, concepì un semplice “telaio spaziale” costituito da due elementi orizzontali e da due elementi verticali opportunamente collegati tra di loro; lo spessore di questo telaio era di 60 cm mentre l’altezza variava tra i 240 cm, i 300 cm e i 480 cm. Questo elemento completo di impianti, infissi e rifiniture, una volta assemblato, forniva una soluzione pronta per essere abitata. Modulando questi elementi e disponendoli nelle diverse posizioni si poteva ottenere una vasta gamma di combinazioni sia sul piano verticale sia orizzontale. La grande innovazione di questa ricerca fu di non permettere la semplice produzione di case prefabbricate (cosa che negli anni sessanta era esercizio molto inflazionato) ma quella di consentire la produzione di singoli elementi da combinare. L’intento era di creare quell’industrializzazione aperta, legata più alle esigenze degli utenti finali che a soluzioni predefinite calate dall’alto. Le infinite soluzioni che si potevano generare e la totale versatilità della ricerca colpì la giuria del concorso, che riconobbe in quel progetto un’originalità capace di superare il monolitismo dogmatico di esperienze coeve. Particolarmente apprezzata, fu anche la scelta di intendere la cellula abitativa come una matrice di organismi in continua crescita. Questo progetto non ebbe lo sviluppo che meritava ma Perugini continuò caparbiamente la sua ricerca. Attraverso l'affascinante progetto della casa di Fregene, concepito con il figlio Raynaldo e la moglie Uga de Plaisant, continuò la ricerca e lo studio di questi spazi non-finiti, capaci di una crescita infinita in tutte le direzioni e sospesi tra la terra e il cielo. Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

La rivista torna ad occuparsi dell’architetto John Mac Lane Johansen attraverso la presentazione di una sua nuova opera: la biblioteca pubblica di Orlando in Florida. Questo mi permette di tornare con piacere su quest’architetto, non troppo valorizzato dalla storia ma capace di realizzare, nell’arco della sua vita, numerosi capolavori. La sua architettura si basò su quei principi, che Johansen chiamava “i tre imperativi”: quello tecnologico, quello organico e quello psico-sociologico. Il primo presupposto era il fondamento del costruire; in ogni epoca, in ogni periodo della storia e in ogni momento la tecnologia è stata esibita dai potenti della terra con orgoglio divenendo “l’eredità del genere umano. Il secondo presupposto è l’imperativo organico; noi facciamo parte della natura e quindi ciò, che produciamo in quanto estensione di noi stessi, ne fa parte. In “natura ogni cosa è interconnessa con le altre e ogni cosa ha una destinazione perché la natura è saggia e non ha nulla di gratutio”. Il terzo presupposto è l’imperativo psico-sociologico che riguarda la collettività; ogni essere umano vive come l’uomo antico, usando leggende e modi tramandati nel tempo, usando però simboli e immagini moderne; “recitiamo in nuovi teatri i nostri antichi riti”. L’interconnessione di questi tre imperativi furono la base su cui declinò tutta la sua produzione architettonica, che partendo dallo “spayform” e passando per la Labyrinth house e il Mummers Theater terminò con le ricerche sulle nano architetture. Citando le parole di Marshal Berman, Johansen dimostrò il suo credo: “Essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che promette avventura, potere, gioia, crescita e mutamento. La modernità unisce gli uomini e li immerge nel vortice del perpetuo disgregarsi e rinnovarsi. Essere moderno significa riconoscere l’entropia, rifiutare come ideale la stabilità che è una forma di morte lenta, e accettare il mutamento come fonte di gioia pura”. Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

L’attualità ci costringe sempre a far i conti con il passato, che, dimenticato, torna ciclicamente davanti a noi supplicandoci di non rifare gli stessi errori. Oggi in tutta europa si torna a respirare quel forte vento nazionalista, che con gesti estremi e intolleranti, cerca appigli e nuovi slanci nell’insoddisfazione generale. In Italia, piu’ miseramente, si usano impropriamente immagini di Anna Frank con magliette di squadre di calcio, dimostrando di non conoscere il dramma di quanto accaduto una settantina di anni fa. La rivista, nel fascicolo di novembre 1967, con imbarazzante coincidenza, pubblica il monumento ad Auschwitz-Birkenau opera di Giorgio Simoncini, Julian Palka, Tommaso Valle, Maurizio Vitale e lo scultore Pietro Cascella. Lavorare in quel luogo deve essere stato complicatissimo; qualsiasi parola, qualsiasi forma o qualsiasi interpretazione dovevano sembrare impotenti e inadeguate di fronte alla realtà che fu. Qualsiasi architettura che si faceva “guardare” ad Auschwitz costituiva un’insopportabile interferenza, quasi immorale; il terreno non andava “coperto”, ma doveva resistere ruvido e intriso di storia; la testata del binario, i tralicci e i cancelli dovevano restare lì, immobili nel ricordarci l’immane tragedia. Gli autori scelsero una piattaforma rialzata che, innalzando i punti di vista, permetteva di osservare l’area senza distrazioni facilitando la concentrazione tra i laceranti ricordi. Ogni volta che la piattaforma, intercettava elementi legati ai segni della tragedia, si spaccava, si lacerava e cedeva a quella impossibilità morale di aggiungere una costruzione nuova a questo luogo. Questo invito al silenzio, articolato intorno al vuoto della piattaforma e al pieno centrale della scultura, ha generato un “monumento-non monumento”, capace di dilatare il ricordo di Auschwitz oltre lo scorrere del tempo…….forse tornare ogni tanto in questo posto servirebbe a risvegliarci la memoria e a garantirci che questi crimini non andrebbero più vissuti……  Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

Il padiglione temporaneo Sonsbeek, costruito nel 1966 ad Arnheim, dall'architetto Aldo Van Eyck è il tema di questa cronaca. Nello stesso posto dove dodici anni prima Rietveld aveva risolto lo stesso tema in modo estremamente lirico contando sul magnifico giardino, Van Eyck realizza un progetto che partendo da configurazioni geometriche definite, arriva, attraverso un metodo sottrattivo di materia, a raggiungere la più complessa semplicità. Con questo progetto, l’architetto confermò la validità della sua personale ricerca basata sulla composizione e sul montaggio di forme primordiali, usando la geometria come principio analitico e organizzativo degli spazi e dei luoghi del vivere. Come per altri progetti anche per questo padiglione fu capace di produrre un numero così elevato di soluzioni differenti da far sembrare la passione per il processo delle rappresentazioni grafiche come una magnifica ossessione. Il padiglione era costituito da sei pareti alte quattro metri che disposte parallelamente a una distanza di 2,5 metri, si piegavano a formare spazi circolari che, uniti agli improvvisi tagli, trasformavano un semplice schema in un dispositivo spaziale complesso. La luce diffusa, proveniente dal tetto completamente trasparente, illuminava in tutte le parti le sculture evitando di colpirle solo da lati definiti. I viaggi in America e in Africa alla ricerca di archetipi formali, di cui fu un raffinato cacciatore, unita all’abilità nella pratica del disegno contribuirono alla cristallizzazione del proprio linguaggio architettonico. Linguaggio che rispecchiava la complessità della vita urbana con progetti capaci di riconciliare l'architettura con l’arte, la scienza e l'antropologia. I suoi progetti, lungi dall’essere convenzionalmente belli, erano però strutture complesse che rappresentavano la sua convinzione fondamentale che “ una casa deve essere come una piccola città se è una vera casa; una città come una grande casa se è una vera città”.

Questa cronaca è per un personaggio unico della storia dell’architettura: a due anni dalla morte, avvenuta a New York il 27 dicembre 1965, la rivista gli dedicò un commosso ricordo. Era l’assertore della “casa senza limite”, il nemico della simmetria, l’apostolo delle cavità fluidificate, della transizione spaziale e dei gusci organici e trapassati; mite e irriducibile, candido e geniale non fece parte di nessuna scuola, riuscendo sempre a sottrarsi al fascino dell’isolamento e all’ambiguità delle mode. Volò semplicemente sopra il mondo, lambendo e influenzando tutte le arti figurative e decidendo di concentrarsi sulla madre di tutte le arti, l’architettura; riuscì nella titanica operazione di far vivere lo spazio anziché di limitarsi a guardarlo. Scriveva: “Il futuro appartiene alla continuità, l’isolamento è abolito. Una casa non è più un singolo blocco con pareti piane, curve o a zig-zag. È composta da nuclei spaziali viventi, di ali che si protendono verso orizzonti nuovi. Siano essi vicini o lontani, essi ci appartengono, e noi ne siamo parte. La scatola quadrata è morta di soffocazione. Ha strozzato la vita all’interno. E i buchi delle finestre sono pura respirazione artificiale per il cubo agonizzante…..”. In fondo il suo fu un modo di progettare diverso dagli altri, fondato più sulle nostre intime necessità e sui nostri processi interiori piuttosto che dettato dalle attrezzature meccaniche. La sua “Endless House” oltre a rappresentare il filo conduttore della sua intera esistenza e il tema continuo della sua ricerca, diventerà anche quella raffinata concezione di spazio che non esisteva e che non avremmo piu’ ritrovato nella nostra storia dell’architettura. Esortava: “Disegnate ad occhi chiusi, ascoltate ogni consiglio con un orecchio, ma tenete aperto l’altro ai sussurri della vita. Impiegate la tecnologia ma non fatevi dominare dall’industria. La casa non è una macchina per abitare ma un involucro che va riempito con l’esuberanza della vita”. All’esile figura, quattro piedi e dieci pollici di altezza, si contrapponeva la sua immane grandezza intellettuale, capace di elevarlo a gigante nel mondo dell’architettura: Friedrich Kiesler.

2017

4 items

Questa cronaca è dedicata a un grande architetto: un professionista concreto che mirava a trasformare i sogni disegnati sulla carta in “oggetti duri come la pietra”. Dovendo racchiudere in una sola parola tutta la sua produzione architettonica quella è senza dubbio “essenzialità”; la stessa che ritroviamo sia negli impianti generali sia nel disegno dei dettagli e nella scelta dei materiali curati fin nei minimi particolari. Se avevi la fortuna di seguire i suoi corsi di Progettazione a Valle Giulia, restavi ammaliato da quella pragmaticita' tipica dei maestri che si realizzano solo con “il fare”; ogni suo bellissimo disegno era un mezzo per indagare lo spazio, la componente materica e il dettaglio. Ascoltandolo si riusciva a percepire quel rigore capace di indirizzare verso quell’essenzialità che si otteneva sacrificando e sottraendo piuttosto che aggiungendo ed enfatizzando. L'opera, tra le tante, che illumina e ci aiuta a capire il suo mondo è la palazzina costruita a Roma in Via dei Colli della Farnesina; in un periodo in cui si realizzarono a Roma migliaia di palazzine, Lui riuscì a metterne a punto un suo personale tipo. Ci riuscì costruendo un telaio strutturale composto da pilastri secondari a “C” e da pilastri a “T” capaci di sostenere alte travi lunghe 30 metri, che segnavano, a destra e a sinistra del nocciolo centrale di collegamento verticale, due fasce libere per lo spazio giorno e lo spazio notte. All’essenzialità di questa struttura si contrapponeva la ricchezza dello spazio interno che, liberato dalla struttura, appariva fluido e dinamico. Dopo averlo studiato a lungo sulla carta, un paio di anni fa sono riuscito a entrare in uno di questi alloggi e sono rimasto a bocca aperta………Francesco Berarducci era riuscito a concepire una “villa urbana” dove molti altri avrebbero concepito solo banali appartamenti. Berarducci lo avevo scelto come relatore della mia tesi di laurea; morì, nel 1992, qualche mese prima della discussione……….

L’esercizio di leggere contemporaneamente le riviste di architettura attuali e “l’Architettura- Cronaca e Storia” di 50 anni fa, è talmente interessante che andrebbe reso obbligatorio come credito formativo: ogni mese nella rivista di Zevi ritroviamo argomentazioni, rimandi e rimbalzi che, come per magia, si implementano nelle riviste attuali. Tutto ritorna; tesi progettuali, ricerche architettoniche o semplici suggestioni le ritroviamo a distanza di cinquant’anni e ci sembrano le stesse; a volte si trasmettono in maniera inconsapevole a volte si tramettono con volontà. Leggere il passato vuol dire conoscere ciò che è stato pensato, disegnato e realizzato da professionisti che, seppur lavorando in altre epoche e con altre tecnologie, hanno, prima di noi, affrontato tematiche comuni. La conoscenza di ciò che è stato prodotto nel tempo deve o dovrebbe, anche inconsapevolmente, aiutare la produzione architettonica odierna. Un gioco che faccio sempre, rileggendo la rivista, è cercare delle assonanze, fossero anche solo planimetriche, con progetti che vedo realizzare ai giorni nostri. Nel numero di giugno 1967 trovo pubblicata la biblioteca di Clamart opera del gruppo di lavoro capeggiato da Jean Renaudie; questa piccolo gioiello architettonico, in forte contrasto con il resto della produzione dell’architetto francese basata su un’ossessiva ricerca geometrica legata agli angoli acuti, era costituito da una serie di volumi cilindrici di differente altezza, che affiancati determinavano un volume sfuggevole, accogliente e dinamico. Quest’anno a Pieve di Cento è stata ultimata la Casa della Musica, opera dello studio MCA di Mario Cucinella; il progetto del bravo architetto, ex allievo di Renzo Piano, sembra essere generato, almeno a livello planimetrico, dalla stessa mano. Mi piace pensare che, inconsapevolmente, il progetto di Cucinella sia il frutto generato da quel piccolo seme che volato da Clamart è atterrato a Pieve di Cento per germogliare……..sono un sognatore? Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

Chi leggeva abitualmente la rivista conosceva ampiamente le opere di questo studio; ogni loro costruzione era seguita e divulgata con una regolarità impressionante. Non erano delle archistar, anche se avevano appena edificato quello che oggi può considerarsi il loro capolavoro: il blocco vitreo, sospeso e rarefatto costruito nel cuore di Roma. Nelle nuove opere presentate il linguaggio non ha quell’incisività e quella forza che aveva contraddistinto l’opera principale, ma in loro si poteva individuare quella correttezza capace di respingere sistemanticamente la moda e l’arbitrio, a favore di una ricerca funzionale e distributiva pronta ad accogliere notevoli connotazioni inventive ed estetiche. Da loro, forse, potevi non aspettarti soluzioni estreme o voli pindarici ma potevi essere certo di una qualità essenziale superiore alla media. Il loro lavoro mi ha sempre dato l’impressione di essere frutto di un procedimento sistematico capace di governare ogni singolo aspetto della progettazione e di verificarlo quotidianamente in ogni fase, dall’incarico al collaudo. Nelle loro opere si continua ad avvertire quella ricerca aperta verso la problematica formale senza cedere all’esasperazione formalistica: cercare qualcosa che esca dai limiti dell’”architettonicamente corretto” nella loro produzione è ancora oggi una sfida difficile. Se dobbiamo trovare una parola “capace” di connotare le loro opere possiamo rintracciarla in “esatta”. Quell’esattezza che permetteva loro di eseguire delle costruzioni sostenibili economicamente e impeccabili dal punto di vista tecnologico. Senza punti esclamativi, senza forzature stilistiche, aggregando e riconducendo subito a un comune denominatore linguistico, queste opere continuano a darci una traccia utile, solida, la cui spregiudicatezza sta forse nella serietà. Lo studio è quello di Vincenzo, Fausto e Lucio Passarelli.

Una storia lunga cinquanta anni. A volte rileggendo la rivista si riscoprono, si rintrecciano e si sommano situazioni, avvenimenti e ricordi. Nel fascicolo di Aprile 1967 è presentato, nella rubrica dedicata ai monumenti della storia dell’architettura, il rilievo di San Giorgio al Velabro; questa chiesa, di antichissima origine, è collocabile tra quella serie di chiese che segnarono il primo affermarsi architettonico del cristianesimo dopo l’uscita dalle catacombe. Edificata su resti di antichità romane la chiesa ebbe un lungo periodo di decadenza e abbandono culminato con la disastrosa alluvione del 1846. In seguito, nel 1924, fu chiusa al culto; questo provvedimento dette inizio al restauro del Munoz che ne ricostruì l’immagine perduta. Sarà questa la situazione che si trovarono di fronte i quattro studenti di architettura che ne dovevano curare il rilievo: i quattro giovani erano Piero Donin, Franco Zagari, Adachiara Zevi e Paolo Rossi. I primi tre li ritroveremo, più avanti, professori a Valle Giulia mentre il quarto no. Paolo Rossi aveva diciannove anni e voleva fare l’architetto, non ci riuscì trovando la morte sulle scale della facoltà di Lettere il 27 aprile del 1966 colpito da un pugno di ferro che lo fece crollare a terra. La sua agonia durerà quindici ore durante le quali non riprese mai coscienza. Il suo sacrificio servì per provocare una vigorosa risposta delle forze democratiche all’interno dell’università ma non riuscì a far emergere le verità su quell’assurda morte. Per uno strano caso del destino quella stessa chiesa fu teatro, nel 1993, di un attentato, commesso con un’autobomba carica con 100 kg di tritolo; la macchina, parcheggiata nei pressi della facciata, causò il crollo quasi totale del portico antistante. L’attentato sarà addebitato a Cosa Nostra come intimidazione nei confronti dello Stato. Se uno si ferma a pensarci comprende che l’architettura è, anche, quel filo conduttore che collega gli avvenimenti della nostra storia e che determina i nostri destini.

2013

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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – NOVEMBRE 1963 Nel 1963 “Le mani sulla città” di Francesco Rosi vinse il Leone d'oro alla Mostra internazionale del Cinema di Venezia battendo il capolavoro di Federico Fellini, “Otto e mezzo”. “L'architettura cronache e storia” non poteva esimersi dal sottolineare questo film capace, per la prima volta, di trasporre in immagini il tema della speculazione edilizia e più in generale di fornire un desolante quadro dell'Italia. L'opera diede corpo e linguaggio cinematografico a quelle radici politiche e a quelle implicazioni sociologiche che rendevano l'urbanistica, l’aspetto più sinistro della realtà italiana. Nel film si possono rileggere, con una paurosa precisione, gli avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi cinquanta anni nel nostro paese: la speculazione edilizia, i conflitti di interesse tra pubblico e privato e la lotta per il potere. Negli anni '60, complice le attese dettate dal Miracolo Economico, la speculazione riusciva a trasformare un terreno agricolo in un'area edificabile con profitti del 5000%, nella logica del "Tutto guadagno, nessun rischio". Ancora oggi ne paghiamo le conseguenze……. Negli anni '90 i conflitti di interessi tra cosa pubblica e privata dimostrarono, attraverso l'inchiesta Mani Pulite, che non erano più le singole persone ad essere corrotte ma l'intero sistema politico italiano. Ancora oggi quello che ci sembrava il fondo era solo la punta……. In questi ultimi anni la battaglia per il potere è stata capace di ogni compromesso, di ogni becera alleanza e di una convergenza verso l'unica certezza: la poltrona del comando. Oggi abbiamo perso quella minima affidabilità che ci era rimasta in dote……. Il film di Rosi resta, comunque, di grande attualità perché riuscì a trattare in maniera originale quel perverso rapporto tra politica e moralità, tra partiti e deliri di onnipotenza, tra benessere di pochi e stanchezza di molti. #PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – DICEMBRE 1963 La presentazione dell’Istituto Scolastico Privato Massimo all’E.U.R. opera degli Architetti Rebecchini, Lafuente, Lenti, Sterbini e dei F.lli Passarelli, fu il pretesto per aprire un dibattito tra la scuola privata e la scuola pubblica. Negli anni ’60 era forte la volontà che le scuole statali potessero contare su una serietà di impostazione edilizia, su una disponibilità di aree e su un programma economico pari a quelli di Istituti come il “Massimo”. Nella realtà una serie di lungaggini burocratiche, una scarsa organicità degli interventi e lo scarso interesse che la società Italiana poneva alla risoluzione dei problemi scolastici, suonava come un cattivo presagio. Nel 1964 furono, però varate alcuni leggi che fecero decollare l’edilizia scolastica. In questo scenario le scuole progettate dall’Architetto Luigi Pellegrin generarono lo stesso effetto che si può provare oggi quando passi dalla musica di Albano a quella dei Pink Floyd. Lui cambiò il modo di vedere la scuola all’interno della città: essa doveva diventarne parte integrante, una sorte di condensatore sociale creato in spazi mai banali. Per far questo abbandonò le raffinatezze Wrightiane e abbracciò la sperimentazione e la prefabbricazione; costruì 300 scuole, modellò 300 spazi e diede 300 risposte differenti ai temi posti dallo sviluppo dell’edilizia scolastica. Lo fece nella speranza che studiando in quei luoghi saremmo cresciuti meglio di quelli che erano costretti a studiare nelle “scatole” che parallelamente si costruivano in Italia. Come al solito riuscì a capire tutto in anticipo dicendo che il grado di civiltà di un paese si vede dal livello delle scuole. Alla scuola elementare di mio figlio, dopo la risma di fogli A4 e il toner per stampare, mi hanno chiesto anche il contributo per comprare direttamente la macchina fotocopiatrice…….

#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – SETTEMBRE 1963 Il fascicolo n.95 della rivista, uscito nel settembre del 1963, fu un numero storico dedicato al maestro dell’Espressionismo Tedesco: Erich  Figura più ammirata che compresa, restò isolato sia dal punto di vista umano che professionale. Pur essendo tra gli architetti di maggior successo operanti in Germania, restò fuori sia dal Bauhaus sia dalla “Weissenhofsiedlug” di Stoccarda, preferendo ricerche espressive personali. Ed è in questo contesto che riuscì a completare opere eretiche e rivoluzionarie rispetto a ogni convenzione lessicale e sintattica di quel periodo. L’Einsteinturm a Potsdam è l’opera che, più di altre, sintetizzò la sua immensa capacità espressiva: Il monumento, eretto nel 1920, divenne il simbolo di un mondo nuovo. Ancora oggi, dopo quasi cento anni, non ha perso la sua incisività: il volume fluido, le superfici vibranti e la plasticità della materia lo fanno apparire più vivo di tante architetture che ci circondano. Ma è dal punto di vista umano che ci arriva la lezione migliore di Mendelsohn; anche se di carattere apparentemente arrogante e impaziente era capace di slanci affettuosi e grandi lezioni. Come quella volta che, di fronte ad una classe di laureandi americani, disse: “Molti di voi hanno un talento di gran lunga superiore al mio, ma pochi esprimeranno tutta la loro potenzialità, perché impareranno presto il compromesso e sceglieranno qualcosa di meno del meglio di cui sono capaci.” Ecco. Oggi forse dovremmo fare meno compromessi ed essere più noi stessi.   #PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – OTTOBRE 1963  Nel 1959, nel presentare l’opera dell’architetto milanese Giulio Minoletti, Gio Ponti usava una sequenza di aggettivi quali: “Gaio, ottimista, semplice, affascinante, appassionato, generoso e coraggioso, un lavoratore rapido, franco, conclusivo e positivo”. E devo dire grazie alla rivista, e a questa particolare presentazione, se sono venuto a conoscenza del lavoro di Minoletti, architetto estremamente dotato, capace di coniugare una competenza tecnologica elevata, una operosità versatile e una manifestazione di gusto particolarmente raffinato. La sua poliedrica attività spaziò con una continuità impressionante dall'urbanistica all'architettura fino all'industrial design, lavorando indifferentemente con Pagano per la “Milano Verde”, con la Breda per l’ETR 300 o come “internista” nelle navi italiane quali l’Andrea Doria e la Cristoforo Colombo. Tra le altre, sono due le opere che hanno catturato la mia curiosità: la casa per uno scapolo a Varenna sul lago di Como del 1941 e la mensa Pirelli alla Bicocca del 1956 inopportunamente demolita nel 1988. Nella casa dello scapolo la difficile e incantevole posizione orografica divenne il tramite per realizzare un fantastico scrigno, mutevole e ad assetto variabile. All’interno, grazie a semplici accorgimenti e nonostante l’esiguità degli spazi, si potevano svolgere le azioni abitative più disparate; al tempo stesso la dimensione raccolta di questa piccola casa si riscattava nella visuale aperta verso il lago e nell’apertura verso il giardino. Gli speroni con i mosaici rossi che affondano nell’acqua, le esili e leggere pensiline, il trampolino a sbalzo per l’approdo dal lago e il grande muraglione che contiene la strada completano questa piccolo capolavoro. La seconda opera è la mensa per gli impiegati della Pirelli alla Bicocca di Milano. Minoletti riuscì a soddisfare il complicato programma funzionale (1600 persone che dovevano pranzare in due turni di 40 minuti con un intervallo di solo 10 minuti) qualificando lo spazio attraverso pregnanti preoccupazioni psicologiche verso i fruitori della mensa. Costruì un grande ambiente da 800 posti e lo coprì con una capriata in ferro invertita, in modo che il profilo sagomato della copertura orientasse lo spazio verso l’altezza massima della parte vetrata. Quest’ultima, rivolta in favore della luce naturale e di un fondale verde cinto da un muro, diventava una scenografia che, oltre a nascondere la vista della fabbrica qualificava lo spazio interno. Nella bella stagione la parte bassa dell’infisso, azionata elettronicamente, poteva scomparire verso il basso creando la piacevole condizione di mangiare all’aperto a contatto con l’esterno. L’ingresso alla sala, invece, avveniva attraverso un’avvincente sequenza spaziale che ne preparava la scoperta; l’improvvisa visione dell’enorme sala avveniva, dopo aver girato di 90 gradi intorno ad un grande setto nero, il “drappo” scenico, che fungeva da atrio.     Questa architettura testimonia le peculiari doti di questo professionista, sempre disponibile a dare risposte unitarie ai problemi culturali e tecnologici di una società in pieno progresso. La sua opera ha attraversato e, silenziosamente segnato, quell’”età dell’oro” dell’architettura Italiana che ancora oggi è oggetto di studi e ricerche. Ad occhi attenti di studiosi e architetti queste opere offrono ancora oggi una dote preziosa e infinita di stimoli; il motivo di quest’attenzione lo dobbiamo ricondurre ad un modo di concepire il mestiere di architetto negli anni 60, figure in grado di conciliare professione e ricerca, facendo emergere magnificamente la questione dello stile…..Questa architettura è stata demolita nel 1998……

#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – LUGLIO 1963

CRONACHE E STORIA – MAGGIO 1963

CRONACHE E STORIA – MARZO 1963

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XXL Architetture è stato fondato nel settembre
del 2003 ed attualmente ne fanno parte
gli architetti Germano Franciosi (1976)
ed Arcangelo di Cesare (1966).

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